Arrivederci Alessandria News

Quello che leggerete di seguito e` un articolo molto sofferto che ho scritto per il giornale Alessandria News e che e` il mio arrivederci ai lettori. Non riesco piu`a scrivere opinioni di attualita`che possano interessare i lettori del giornale italiano, perche` la mia vita quotidiana ormai e` qui ed i miei rapporti con la mia citta` di origine sono piu` di affetto e nostalgia che di rapporti quotidiani.Ci sono troppe persone che blaterano opinioni senza averne le ragioni o la capacita`ed io non voglio essere una di loro. Ecco cio` che ho scritto:

Continua a leggere “Arrivederci Alessandria News”

La lingua che parliamo si adegua al posto in cui viviamo

Pubblicato da Alessandria News l’11 agosto 2016

 

 

 

 

Con la possibilità di guardare la tv italiana, leggere i quotidiani e anche parlare con famiglia e amici in Italia, per il mio lavoro e perché scrivo il mio blog in italiano, non credo che mi dimenticherò la grammatica italiana, specialmente perché parlo italiano anche in famiglia con mio marito, italiano pure lui, e testardamente anche con mia figlia, che quando è stanca mi risponde in inglese, ma questo è un altro problema, con i figli nati all’estero.

Rimane vero però che parlando una lingua solo in un ambiente domestico, per me e credo che sia un’idea che frulla in testa a molti italiani che vivono all’estero, diventa difficile mantenere la proprietà di linguaggio e il vocabolario che si aveva in precedenza, perché gli argomenti di cui si parla sono limitati e pure il vocabolario che si tende ad usare.Se nella vita di tutti i giorni, mentre si è all’estero, questo non è evidente, in quanto siamo tutti preoccupati più a parlare bene e a cercare di migliorare la nostra seconda, terza, quarta lingua, comunque la lingua che si parla nel luogo in cui viviamo, la realizzazione di essere diventata poco naturale nell’uso dell’italiano capita quando devo parlare italiano in situazioni “ufficiali” o quando torno in Italia.

A quel punto la realizzazione dei miei limiti linguistici crea situazioni comiche ( o meglio tragicomiche) e imbarazzo mio, spero solamente non così evidente per chi mi ascolta.  Comunque a prescindere da ciò che alla fine riesco ad esprimere, faccio una fatica immane.

Ecco l’ho detto.  Non faccio così fatica a scrivere l’italiano, quanto a parlarlo.  Come non sono ancora totalmente a mio agio a parlare inglese in quanto mi faccio sempre domande specialmente per quanto riguarda la costruzione delle frasi, non lo sono più a parlare italiano in ambienti che non siano il mio ristretto nucleo familiare, i miei amici e i miei studenti, che tanto non capiscono se dico cavolate o no, poveretti.
Mi sto tramutando da italiana in italo-americana.

L’anno scorso sono venuti in università, in tempi molto ravvicinati, un professore di Economia della Luiss di Roma e uno di Linguistica di Oxford , ma piemontese come me. Io e la mia collega, che è romana, siamo state invitate a rappresentare il dipartimento di Italiano alle loro conferenze, che erano naturalmente in inglese. Dopo le conferenze ci siamo presentate e entrambi molto gentili hanno cominciato a fare domande su di noi: che fatica, rispondere.

Esce fuori anche la voglia di fare “bella figura”, di non fare sfigurare l’università che ti ha assunta e di usare un italiano più forbito di quello “quotidiano” ed è fatica pura. Una fatica che non facevo quando vivevo in Italia e una realizzazione: l’inglese per me ora è diventato la lingua delle situazioni ufficiali.

Ogni tanto mi capita pure di inventare termini in italiano e così succede anche a mio marito e credo a molti altri come noi. Peccato che ce ne accorgiamo solo negli altri e non quando a dire castronerie siamo noi.  Così, prima di parlare, è come se per molte parole andassimo a sfogliare mentalmente il vocabolario della lingua italiana prima di pronunciarle. Esisterà quella parola o no?

Ogni tanto mia mamma, mia fervente lettrice da queste pagine, mi avverte che ho scritto qualche parola inesistente pure quando scrivo queste opinioni. Lei me lo dice, chissà quanti di voi lo notano e pensano solo: “Ma da dove arriva questa?”. Bene sappiate che ci vuole originalità anche in quello. Scusate, ma perché “petaloso” dovrebbe essere applaudito dalla Accademia della Crusca e le mie invenzioni, no?

Un’altra considerazione però devo farla: non sarà che mi sento inadeguata quando parlo italiano, dopo i miei 21 anni all’estero, perché la lingua è evoluta anche lì in Italia e, pur guardando la tv e leggendo i giornali, non riesco a stare al passo con essa ed è come per la moda: sono fuori moda?

Forse il mio italiano è davvero obsoleto, non sono al passo con i tempi e forse, se non è ancora “Italianish”, si sta tramutando in qualcosa di ibrido, dove molte volte un termine inglese viene usato per brevità ed efficacia a sostituirne uno italiano lungo e ridondante, pur circondato da una costruzione grammaticale corretta, oppure solo perché la parola italiana “manca”, non c’è più. Il cervello ha fatto una scelta: una parola poco usata ha lasciato il posto ad una forse più utile.

Mi inchino a chi di lingue ne sa molte e le tiene distinte nel cervello e tutte integre. A me non è successo, però… Però, anche se il mio italiano non è più perfetto, il mio inglese non lo è ancora, il mio francese, lasciamo perdere e il mio spagnolo non c’è mai stato, sapere delle lingue straniere apre la mente e fa imparare altre culture e fa diventare “ daring”, cioè audaci e coraggiosi a volere comunicare con gli altri. E questo a me succede sempre.

Così quando l’altro giorno nel parcheggio del supermercato un signore che riorganizzava i carrelli, un signore messicano che non parlava una parola in inglese, mi ha detto in spagnolo se poteva aiutarmi a caricare la spesa in macchina, io ho capito e gli ho risposto con il mio “spanitaliano” , lui era così contento che si è messo a chiacchierare come se fossimo vecchi amici e io a rispondergli e lui a dirmi “brava”. E così succede quando vado nei paesi di lingua spagnola o francese. Io parlo, metto tutto insieme e mi faccio capire e più sto in un posto più le regole ritornano ed il vocabolario pure.

Quindi considerazione finale: è vero che è ora che io venga un po’ in Italia a parlare con voi per aggiornare il mio italiano e, visto che ci sono, anche il mio guardaroba.

 

 

Rabbia, paura e violenza negli Usa

OPINIONI – Negli ultimi mesi negli Stati Uniti c’è stato un crescendo di violenza che ha coinvolto soprattutto persone di colore e poliziotti. L’ultimo in ordine di tempo è stato pochi giorni fa a Dallas, l’ultimo però di una settimana tragica con due morti in due città americane molto distanti tra di loro , ma con un comune denominatore: in entrambi i casi un eccessivo uso della forza da parte dei poliziotti nei confronti di persone di colore, a quanto pare ingiustificata. In entrambi i casi un cellulare ha filmato la scena. In uno dei due incidenti è chiaro che l’uomo in macchina con la compagna e il figlioletto nel seggiolino sul sedile posteriore non era un pericolo per il poliziotto. Perché allora è stato ucciso?

C’è una striscia di sangue che macchia gli Stati Uniti e li attraversa, passando anche da qui, da Milwaukee dove vivo io. La striscia di morti neri disarmati uccisi dalla polizia. Sono stati più di 100 solo nel 2015, cinque volte di più dei bianchi uccisi nelle stesse condizioni.

Tutti i poliziotti sono cattivi? Non lo credo proprio. Però sono spaventati. Tutti. Lo sono perché non sanno se la persona davanti a loro è in possesso di un’arma (il che è legale negli Usa) che può usare contro di loro. E forse sono prevenuti perché è vero, e non lo si può negare, che le zone nelle città americane dove gli episodi di violenza sono in numero maggiore sono quelle in cui vivono persone di colore o ispanici.

È giustificato il poliziotto che spara? Non lo so, so che molti dei poliziotti indagati per le uccisioni di persone di colore disarmate, sono a loro volta di colore. Non credo che siano razzisti nei confronti di persone con cui condividono lo stesso colore della pelle.

Però il razzismo c’è negli Usa. Nonostante Marthin Luther King, un presidente di colore e eguaglianza sulla carta.

Ma c’è razzismo anche al contrario. Dei neri nei confronti dei bianchi.

A Dallas l’altra sera, ad una manifestazione pacifica contro la violenza eccessiva da parte della polizia, un uomo di colore dal tetto di un posteggio con un fucile ha preso la mira e ha ucciso 5 poliziotti bianchi, ne ha ferito altri 7 e due civili. Ha freddamente preso la mira per colpire loro che erano lì a fare servizio per proteggere persone che protestavano. Durante le ore successive, mentre la polizia dopo averlo accerchiato cercava di andare a disarmarlo, questo tipo blaterava che era lì a colpire quanti più poliziotti bianchi poteva. Un pazzo? Un individuo isolato? Lo spererei, ma non ne sono così sicura. È storia di stamattina una serie infinita di Tweets che plaudono alle gesta dell’uomo. E la rabbia sta aumentando e da molte parti si paventa la possibilità di una nuova guerra civile.

Io sono senza parole. Non le ho, non le trovo. Ho cercato di darvi un quadro della situazione e penso a come sono io, che non vedo il colore delle persone, ma le giudico per i fatti e le azioni.

E sono triste: mi sento impotente e sono anche spaventata. Non pensavo che mi sarei trovata in un Paese con ancora questi problemi di integrazione, visto che qui non si parla di immigrati, ma di cittadini come tutti gli altri.

“Black lives matter”: è il motto del movimento che è nato dopo gli episodi dell’anno scorso. “Le vite nere sono importanti”, questa è la traduzione. Certo che valgono, come valgono le vite dei bianchi. Vale la vita di tutti.

L’integrazione non c’è, non ci sarà finché si parlerà di “ bianchi e neri” e in questa opinione anche io ho usato gli stessi termini. La strada è ancora lunga, lunghissima. Spero solo che non sia una strada di sangue.

 

Una storia di stupro e privilegi

2989921698_us-court

Scritto per  Alessandria News 11 giugno 2016

OPINIONI – Probabilmente avrete sentito o letto la notizia dello scandalo giudiziario che sta riempiendo i telegiornali americani di questi ultimi giorni. Se non ne sapete niente, ecco il riassunto di ciò che è successo.

Giovane e promettente atleta della squadra di nuoto della prestigiosissima Università di Stanford in California, una sera del gennaio 2015 dopo una festa, ubriaco marcio, assalta e stupra una ragazza, anche lei cosi` ubriaca da essere semi-incosciente dopo una festa nella casa di una confraternita universitaria. Continua a leggere “Una storia di stupro e privilegi”

Lettera aperta agli alessandrini da uno scoiattolo americano

Cip_e_ciop

I miei cuginetti Cip e Ciop

Ciao,
mi chiamo Max e sono uno scoiattolo americano che vive nel giardino di Claudia, quella che voi chiamate Un’alessandrina in America.
La suddetta, come ogni mattina, stava leggendo le notizie alessandrine al computer: la vedo perche` come tutti gli scoiattoli passo molto tempo arrampicato sugli alberi, lo sapevate no?
Di solito quando Claudia legge le notizie alessandrine e` silenziosa, al massimo intristita, qualche volta contenta, ma stamattina rideva a crepapelle.
Allora dal mio ramo ho cercato di capire perche`. Continua a leggere “Lettera aperta agli alessandrini da uno scoiattolo americano”