Pensieri sparsi su manie e mobili…

Image result for mobili antichiChe qualche mania mia mamma me l’ avesse  trasmessa ( tipo fare fatica a separarsi dalle vecchie cose e non buttare via niente)  e` un dato di fatto, leggete qui. Che lei sia bravissima con ago e filo e io sia negata con la macchina da cucire, e` un altro dato di fatto.
Che pero` entrambe amiamo alla follia reciclare e  ridare vita a cose vecchie, questa ve la devo raccontare.
La mia mamma e` venuta a trovarmi parecchie volte da quando ci siamo trasferiti in questo angolo di mondo e continua a farlo, per fortuna!
Ha lasciato tracce del suo passaggio sia nella casa di Pittsburgh che in questa.
Insomma da quando arriva a quando parte c’e` sempre qualcosa da fare.
Le lascio crudelmente cose da aggiustare, panni da rammendare, orli da fare e chisssa` come mai, da quando so che ha un biglietto in mano, mi rilasso anche nello stirare-che odio- e so che invece la rilassa ( oh, come sono altruista!)
Lei mi ha sempre dato il coraggio di affrontare progetti che forse non avrei affrontato da sola o senza averla prima vista all’opera.
Di certo una delle cose che mi ha insegnato e` vedere tesori nascosti in oggetti che per altri erano da eliminare.
Per questo motivo, da quando li ha scoperti, si e` innamorata dei garage sale e quando eravamo a Pittsburgh ogni sabato non vedeva l’ora di andare alla ricerca di cose ed oggetti da riempire una casa, grande, ma vuota come era la nostra, allora.
Ora, se non sapete cosa sono i garage sale, vi mando al mio post sui garage sale. Come ho detto in quel post qualche tesoro nascosto l’ho trovato anch’io. Nascosto sotto strati di pittura e dopo molto lavoro, ma il ritrovare le venature del legno e vederle riemergere mi ha sempre dato una soddisfazione incredibile.
Questi lavori, mi piacciono proprio e mi rilassano, ma era gia` un po’ di anni che non ne facevo piu`: ad un certo punto la casa viene arredata e non c’e` piu` la necessita` di comprare altre cose.
Allora la scelta dei garage sale e dei rigattieri era nata dal fatto di non volere spendere cifre assurde e dal fatto che il mercato del mobile americano era alquanto deprimente. Lo e` ancora se non si sa dove cercare. La maggior parte dei mobili qui e` orrenda! Se un mobile e` definito “modern”, meglio scappare a gambe levate…. quello che va e` lo stile Pottery Barn, negozio dove ho comprato bellissima biancheria, ma che comunque in grandi “dosi” denota poca originalita` e il Tuscan style. Tutti esperti di Toscana, ma che Toscana e`quella che immaginano qui? 

Io ho uno stile che qui definirebbero eclettico: mi piacciono i mobili che abbiano una storia, ma accostati a mobili moderni.
 Non penso che una bella casa sia solo quella arredata dagli architetti dove anche ogni soprammobile viene comprato solo per un gusto estetico e non viene mai spostato per non rompere un equilibrio immaginato dall’architetto.
Non penso neanche che una casa sia bella solo se vi sono mobili costosi che esaltano le possibilita` economiche di chi vi abita.
Mi piacciono le case che riflettono le storie di chi ci vive.
Adoro le librerie, aggiungerei scaffali per libri in ogni stanza.
Mi stupisce chi non ha l’amore per i libri e se non vedo libri in una casa, so che non posso avere una relazione con quelle persone. Leggere presuppone curiosita` e umilta`: due caratteristiche che reputo molto importanti in una persona.
Non disdegno neanche i mobili IKEA, ne ho qui e la`: molte delle lampage IKEA sono belle come quelle di Artemide o Fontana Arte.
E adoro i quadri: ma non mi piacciono in genere i paesaggi ( Oddio, farei un’eccezione per un Van Gogh o Monet..ehehehe). 
Insomma, ho una casa mia con dei mobili che, se non provengono dalla mia famiglia e quindi raccontano la storia dei miei avi, raccontano la mia o sono diventati miei perche` gli ho restituito una vita che non avevano piu`.
In questi giorni mi sta capitando di fare di nuovo la restauratrice di mobili. Sto scartavetrando per togliere macchie d’acqua o vino o caffe` ( chissa`?), ri- incerando e nutrendo vecchi legni. Loro mi stanno ringraziando restituendomi profumi lontani e luminosita` ritrovata. Ed io sono felice: alla fine anche quello conta no?

Un giovane americano ad Asti!

Oggi vi propongo un post scritto a quattro mani attraverso l’oceano. Sempre lei la nostra cara “inviata” in Piemonte: Toni.
Le avevo chiesto tempo fa di intervistare sua figlia che vive in una realta` opposta a quella di mia figlia. Mia figlia italiana in USA, sua figlia americana in Italia. Pero` immagino che come me avrebbe ottenuto una visione parziale: le nostre figlie sono totalmente immerse nelle realta` che vivono e le vedono come la migliore possibile, vivendo l’altra solo come turisti in patria.
Invece lei ha trovato Cap un ragazzo americano 19enne che sta facendo un’esperienza italiana di un anno ad Asti e lo ha intervistato. Questa e` l’intervista che ne e` derivata, a cui io non ho cambiato niente, mi sono limitata a tradurla e ogni tanto, perche` e` piu` forte di me, aggiungere delle note di autore mie personali.
Alcune cose mi trovano d’accordo altre meno. In ogni caso e` un punto di vista di un ragazzo catapultato in una realta` diversa. Gli manchera` l’Italia quando tornera` in Michigan? Secondo me molto. Chissa` se questa esperienza lo avra` cambiato? Di sicuro gli avra` aperto gli occhi: molti americani pensano che al di fuori dei loro confini esista il nulla….non sara` cosi` per Cap!


Cara Claudia, continua la serie delle nostre esperienze di vita parallele —la  tua di italiana in America e mia di americana in Italia- che ci ha portato ad avere anche due figlie di eta` simili che stanno ora finendo la loro adolescenza e vivono due vite con situazioni speculari l’una all’altra.
Che cosa diventa allora il sentimento predominante: l’essere adolescente, o l’attrazione culturale dell ‘Italia nei confronti dell’America e viceversa?
Ed è qui che Cap entra nella  nostra storia.
Cap è un ragazzo americano, che sta vivendo temporaneamente ad Asti. Dopo aver finito le scuole superiori negli Stati Uniti la scorsa primavera, ha scelto di trascorrere quasi un anno di vita e di andare a scuola ad Asti, ospitato da una famiglia locale. Ha posticipato di un anno la sua entrata all’università, al fine di avere questa esperienza di vita.
A chi meglio di lui potevo fare la domanda su cosa significa essere adolescenti a contatto con due culture diverse, quali sono le differenze e quali le similitudini tra l’essere adolescenti in Italia e negli USA
Un pomeriggio della settimana scorsa, davanti ad una birra artigianale (Nda: essere liberi di bere a meno di 21 anni…vediamo cosa dira` su quello Cap!), abbiamo discusso i suoi pensieri sulla “ Teenagerhood. Italia-USA”. Ecco la mia intervista:
Io: Allora Cap, dopo quasi nove mesi di vita qui in Italia, trovi un sacco di somiglianze con ‘casa’?

C: In un primo momento, subito dopo l’arrivo stavo con gli occhi spalancati, cercavo cose familiari, somiglianze a cui poter fare riferimento. Penvavo che fosse il modo giusto per ambientarmi. E che poi successivamente avrei cercato le differenze.Mi sbagliavo completamente. Ora, dopo essere stato qui per un po’ ho visto che ci sono più differenze di quanto mi aspettassi e le somiglianze sono molto rare.

Io : Qual è stata la prima volta in cui ti sei reso conto che l’Italia non era il “Kansas”? ( nda: referenza a frase detta da Judy Garland nel Mago di Oz per citare esperienze totalmente diverse da quelle vissute precedentemente)
C: E’stato probabilmente gia` dai primi giorni … Naturalmente, ho cercato altri ragazzi della mia eta`e ho cercato di relazionarmi con loro utilizzando l’iconica “high five”. Lei sa che in America un “high five” è uno schiaffo a mano aperta. Ebbene, in Italia è uno schiaffo a mano aperta più un colpo dato con le nocche … gesti simili, ma alla fine completamente diversi. Un gesto semplice, invece anche li` differenze (nda: e quanti di noi negli USA sono rimasti con il collo proteso ad aspettare il secondo bacio sulla guancia che non sarebbe mai arrivato???)

Io: Una volta che hai imparato il “dammi un cinque” italiano, e poi?

C: Beh, ci sono un sacco di somiglianze, ma solo a livello superficiale … come per esempio tutti i giovani ragazzi sono pronti a parlare di: 1. una bella ragazza 2. Automobili.

Io: … e le ragazze?

C: Secondo me loro sono molto diverse dalle loro coetanee americane. Le ragazze italiane che ho incontrato sono molto più volitive, più indipendenti rispetto alle ragazze americane della stessa età. Forse ha a che fare con il fatto che vi sia più un sistema matriarcale qui … non so.

Io : ..e ragazzi?

C: Beh, penso che in generale i ragazzi italiani siano più maturi. Ma, una cosa ho notato, è che gli italiani sembrano molto piu` interessati  alle ragazze dei ragazzi americani ( nda: Cap ha usato in inglese il termine “predatory” che anche se non si conosce l’inglese e` chiaro cosa voglia dire…a caccia!!!)

Io : Come si incontrano i ragazzi italiani?

C: Quella è stata una differenza molto grande che ho notato ed una che mi piace molto. La mia famiglia italiana vive in un appartamento in periferia. I ragazzi si incontrano al bar, senza pianificare gli incontri. Io questo lo adoro. Nel centro di Asti, tutti i ragazzi passano il tempo a fare le vasche e si fermano davanti  ai “caffe’” del centro (definirli “bar” non sarebbe il termine giusto perche` per un Americano bar ha un altro significato… i bar italiani sono molto di piu`: sono sono caffetterie che servono alcool) ( nda: oh se lo sappiamo bene!) in modo da incontrare un gruppo di amici in un posto e poi, dopo un po’ ,passare ad un altro luogo, dove incontrare altri amici. Si vengono a conoscere  un sacco di persone. Si incontrano nuove persone attraverso quelle che conosci gia`, sempre passeggiando all’aperto per la citta`.

Me: Non succedeva in Michigan, dove vivevi?

C .: Assolutamente no. Le distanze da noi sono enormi; si deve guidare o essere portati in macchina. Quindi molto dipende da chi organizza se ha una macchina. E se ha alcool. Questa è una grande differenza per noi, anche.

Io: Qual è l’età legale per bere?

C: Ora è 21 anni. E finalmente ne capisco la ragione… quando si deve guidare per fare qualsiasi cosa, è molto importante che chi guida non abbia bevuto. Ma, qui, non solo non si ha bisogno di guidare,ma non si ha il rigoroso divieto di bere. Quindi è tutto molto più agevole. Se incontro gli amici, ho una birra, quando ne incontro altri, magari ne bevo un’altra, tutto muovendomi da un luogo ad un altro della citta`. La socializzazione italiana e` “mobile” mentre  in America, è più “sedentaria”.
Poi, c’è il fatto che bere qui è più un evento di socializzazione,come tutto il resto: mangiare, bere, parlare. Non c’è l’emozione del bere fine a se stesso, solo perché è illegale, che e` il motivo per cui i ragazzi americani bevono quando non hanno ancora l’eta` per farlo.
Ma sia qui che negli USA se si viene beccati a bere e guidare vi è tolleranza zero. Così nessuno vuole correre questo rischio. Se uno e` il guidatore designato non beve e basta.
Io: Gli italiani sono sempre impressionati da quanto in America gli spazi siano grandi. Le dimensioni delle nostre case, le distanze tra una cosa e l’altra. L’Italia ti e` sembrata piccola?

C: Si`… ma in senso buono. Penso che negli Stati Uniti abbiamo grandi case perché passiamo il nostro tempo in esse, invitiamo la gente a farci visita e socializziamo nelle nostre case. Qui, sembra più normale uscire. La casa è dove si dorme, ci si cambia di abiti e si mangia. Ma la tua vita è ‘fuori’.

Io: Quali altri differenze ci sono tra gli italiani e gli americani?

C: Beh, penso che in generale, gli italiani sono più formali, più gentili ( nda: boh? E` sicuro?). E certamente hanno un diverso senso del tempo: meno fretta, sono anche meno puntuali. Negli USA, è importante essere efficienti. Qui è importante essere socievoli.
In America sono i soldi che ti mettono in cima alla scala dei valori, ma qui, non credo che sia una questione di denaro. Gli italiani sono più interessati al potere. E` importante chi ha conoscenze e relazioni più di chi ha soldi.
Gli italiani danno anche molta importanza a come si presentano: devono essere ben vestiti, fare una ottima prima impressione, devono essere magri e ben curati. Ma, sono più flessibili. Come la polizia qui … i poliziotti sono severi, ma se ti fermano che stai facendo qualcosa, sono più umani, ti trattano come un individuo. Essi fanno una ramanzina e poi ti mandano a casa.
Gli insegnanti, anche. Sono più severi e vengono rispettati di piu` che in un liceo statunitense.

Io: Come sono le scuole, sono diverse?

C: In Italia sono molto più avanzate. Ho finito le superiori in quattro anni come e` normale negli USA. Ma se mi paragono ad uno studente del quarto anno di liceo italiano (qui gli anni di superiori sono cinque) in scienza e matematica in particolare, ero molto indietro. Penso che il liceo italiano sia più organizzato come le nostre universita`: mentre il liceo statunitense richiede una quantità enorme di compiti e cose da studiare,ma non mette molta enfasi sulla comprensione, il contrario succede al college. ( nda: io qui non sono molto d’accordo perche` dipende anche da dove si fanno le scuole superiori e sul livello dei singoli corsi che si fanno. Certo lo studente americano medio e` molto piu` ignorante –in cultura generale- di uno studente italiano. Mi stupisce che Cap invece parli di matematica e scienze. Dice pero`:….)
Non c’è quasi nessuna separazione in corsi di livelli diversi; ognuno è spinto a puntare verso l’università, anche se non si e` bravi  a scuola. Ma il livello di compiti in classe è “dumbed down”( nda: praticamente dice che e` diretto al livello dei meno dotati, e` appiattita verso il basso) , in modo che gli insegnanti devono orientare il loro insegnamento al minimo comune denominatore della classe. Il che e` contraddittorio.
Sono rimasto impressionato dalla divisione scuole italiane per studi … ci sono scuole superiori orientate all’agricultura, la meccanica, l’ospitalità … così come quelle piu` normali ma sempre divise in orientamenti: scienza, arte, lingua, ecc
Credo che in America abbiamo un sacco di regole e regolamenti, ma ciò che si apprende meglio, è come girarci intorno.

Io: Ora che sei quasi alla fine del tuo soggiorno in  Italia , cosa dirai ai tuoi amici quando tornerai in Michigan a proposito della tua esperienza?

C: Penso che chi viene qui come turista non potra`mai veramente capire l’Italia. Devi vivere qui per comprenderla veramente.

Mi manca la mia citta`….come lanciare un sasso dall’altra parte dell’oceano: arrivera`?

 Mi manca l’Italia. Mi manca sempre, in un modo o nell’altro, perché Italia vuol dire famiglia. Italia vuole dire affetti, ma anche odori e sapori conosciuti. Mi manca l’Italia e mi mancano i suoi paesaggi. Dopo vent’anni negli Stati Uniti mi manca l’Italia e mi manca soprattutto Alessandria.

Mi manca l’Alessandria autunnale e invernale, che quando ci abitavo, mi sembrava solo grigia e che invece ora, immaginandola avvolta nella nebbia, mi fa venire in mente suoni ovattati, gente frettolosa, ma sempre in bicicletta, e un pizzico di mistero. La nebbia protegge la città e la fa sembrare più bella ed accogliente.

Mi piace l’Alessandria d’estate. Mi piacciono pure la sua afa e il suo cielo bianco carico di umidità. Mi piace l’Alessandria vuota la domenica mattina, quando, per il caldo, ci vuole coraggio a lasciare l’ombra fresca di via San Lorenzo per attraversare la Piazzetta. Mi piace l’Alessandria delle sei di sera, quando invece attraversare la Piazzetta vuol dire di sicuro vedere qualcuno che conosci seduto ai bar e fare una via crucis di saluti e fermate. Mi piace rivedere le facce degli alessandrini, anche di quelli che non conosco personalmente, quelli che non sanno neanche chi io sia: mentre per loro io non sono nessuno, per me loro sono fissi nella memoria e sono felice, quando torno, di vederli al loro posto e vorrei andargli incontro e dire “sono contenta che lei stia bene!”. Chissà che sguardi stupiti e che risposte riceverei?

Ma mi piace soprattutto l’Alessandria di primavera, quando qui è ancora tutto brullo e il colore predominante è il marrone e vedo, con gli occhi della memoria, le magnolie di piazza D’Annunzio in fiore e le forsitie dei giardini della Pista fare capolino dai muri di cinta. E i balconi della città diventano giardini, pieni di fiori e di erbe, e si fanno belli. Mi immagino a percorrere via Bissati e poi passando davanti alla Pasticceria Gallina, annusandone i profumi, mi vedo entrare in via San Francesco e intrufolarmi nelle viuzze strette diventate il luogo trendy e nascosto di Alessandria. Mi ricordo i viali e i giardini pubblici, dove ci si andava ad abbracciare per trovare un po’ di solitudine e intimità quando eravamo ragazzi, intorno al laghetto dei cigni.

Mi piace immaginarmi ad entrare in piazza Marconi e vedere il mercatino della frutta e verdura: fermarmi a comprare un kg di pomodori cuore di bue fragranti e profumati, con il sole ancora dentro: sciacquarne uno nella fontanella all’angolo dei portici ed addentarlo lì sul posto. Mi piace percorrere via San Lorenzo ed annusarne i mille profumi.

Mi piace e mi manca Alessandria che il mio cuore pieno di nostalgia fa idealizzare. Ma è così ancora, vero? Ditemi che lo è!

Festa della mamma e siamo lontane

Ecco, sta capitando anche a me ed e` la prima volta. Sto trascorrendo la mia prima Festa della mamma lontana da te.
E anche dalla mia mamma.
Allora e` facile farsi prendere dalla nostalgia e ricordare cammei lontani che tornano alla mente.
Momenti  che cambiano negli anni, sono cresciuti come sei crescita tu, ma che rimangono nella mente intrisi d’amore e di ricordi.
I primi anni sono quelli in cui, come mamma, mi sentivo importante come il sole. Non mi dicevi ancora  “auguri mamma”, ma me lo dimostravi illuminandoti d’immenso quando mi vedevi( Grazie Ungaretti per queste due meravigliose parole che hai unito nella perfezione). 
Gli occhi dei bambini parlano ancora prima delle parole e trafiggono d’amore il cuore di ogni mamma. Quelli e le braccine tese per un abbraccio, caotico,  con manine che ti si infilano negli occhi, ti stropicciano i capelli e  poi si appoggiano pesanti intorno al collo, con tutta la testa. Allora tu, mamma, ti senti padrona del mondo, sei il luogo sicuro e perfetto. Non importa dove sei e da dove arrivi, non importa il tuo colore.
Poi erano arrivati gli anni dei bacini bagnati che mi stampavi sulle guance: li sento ancora. Quando, sapendo che mi facevano ridere, me ne davi ancora uno e poi un altro e ridevi anche tu e mi stringevi forte forte, dove capitava e mi facevi “la tortura del bacione”. Mi saltavi addosso e con tutto il tuo peso mi cominciavi a baciare dove capitava. Ti ricordi?
Eri appiccicosa, non mi lasciavi mai e c’era la nonna Anna che, quando mi lamentavo, mi diceva” prendili finche` vengono” ( intendeva i vizi o i figli, o tutti e due). 
Poi tu avevi imparato a ripetere quella frase, allora mi saltavi addosso e mentre mi “torturavi” di baci, mi dicevi” Mamma, prendili finche` vengono!”.
Dove sei ora? 
Mi ricordo quando mi avevi fatto il biglietto a scuola con la mia canzoncina preferita, quella che mi cantavi sempre: 

You are my sunshine, my only sunshine
You make me happy when skies are grey
You’ll never know dear, how much I love you
Please don’t take my sunshine away


L’ho tenuto appeso per poterlo guardare per molti anni poi l’ho riposto in una scatola perche` non si rovini di piu` di quello che e`e le parole non sbiadiscano come i ricordi facilmente fanno.

Poi le feste della mamma sono cambiate negli anni, come sei cambiata tu, invece del bigliettino sono arrivate le cornici fatte con i bastoncini dei gelati stick e con la nostra foto dentro, poi per fortuna non regali, ma momenti insieme, con papa`, perche` ci siamo tutti e due nella tua vita e siamo importanti entrambi.
Ti ricordi che mi preparavi la colazione e me la portavi a letto sul vassoio ed io dovevo aspettare li` anche se ero sveglia da ore e tu non volevi svegliarti mai? Ti sentivo trafficare con papa` in cucina poi arrivavi con un sorriso enorme e manicaretti prelibati per la mia “colazione speciale”.
Tanti momenti che si rincorrono nella memoria, fino all’anno scorso…

Papa` ha perso la sua mamma, io ce l’ho, ma e` lontana come oggi sei lontana tu.
Allora mi e` sembrato giusto lasciarti queste parole.
Ogni parola non detta rischia di rimanere chiusa dentro e non espressa, scrivendola non puo` essere ignorata.
Sei adulta ora, fra qualche anno diventarai mamma anche tu e comincerai a provare le stesse sensazioni che sto provando io, ma allora forse ci sara`tra di noi quel pudore che prende il sopravvento nei rapporti tra adulti e fa diventare seri ed impedisce quegli slanci infantili e irrazionali  che stai gia` perdendo ora che sei cresciuta.
Lo vedo nel rapporto con la mia di mamma, quando sono lontana, non so cosa darei per appoggiarle la testa sulla spalla e farmi accarezzare, poi quando ci si vede e` difficile lasciarsi andare.
Ci si da` per scontati finche` si e` vicini, poi quando la vita allontana e` difficile ritrovarsi allo stesso modo.
Oggi sei lontana, stai studiando perche` fra due ore avrai il primo esame finale di questo primo anno di universita` che si sta concludendo. E` domenica e ti hanno messo un esame alle 10 di mattina. Pazienza! Sarai a casa per tre mesi da giovedi prossimo e spero che mi appoggerai la testa sulla spalla e ti farai accarezzare la testa ancora un po’ da me, prima di diventare tu la spalla su cui farsi accarezzare.

Mi auguro Buona festa della mamma comunque e la auguro alla mia mamma, che non vedo l’ora di abbracciare. Non si e` mai troppo adulti per farlo!

Cibo, studio e nostalgia

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Sono stata in silenzio in questo ultimo periodo, presa da mille impegni ( il corso online di cui vi ho raccontato nel Post” Are you camera ready?” e` sicuramente uno tra i colpevoli), ma anche da una infinita tristezza.
Hanno drasticamente abbassato il numero di crediti di lingua straniera necessari per laurearsi nell’ universita` dove insegno, facendo crollare ( o cosi` dicono…) il numero di studenti che si iscrivono, in quanto molti arrivano dalle superiori gia` con i crediti necessari. Per questo motivo a priori,  hanno deciso di tagliare tutte le posizioni part time ed io sono una di queste.
Questo vuol dire che dopo 10 anni di onorato servizio saro` a casa. Non insegnero` piu`, per lo meno non al college. La cosa che mi stupisce e` che i miei corsi sono sempre tutti pieni: anche questo online a 15 giorni dall’inizio e` chiuso. Mi hanno insegnato a insegnare online: il corso ha successo e buttano tutto alle ortiche. Non voglio essere polemica, ma spero che questa piccola spiegazione vi possa far capire il mio stato d’animo. E se mi dispiace non insegnare lingua, soprattutto mi dispiacera` non insegnare il corso di cultura italiana che ho creato dal nulla.
Cinque anni in cui ho studiato tanto e respirato cultura e cibo, con entusiasmo e curiosita`.
La mia creatura.
Ecco vorrei qui rendergli omaggio e farlo conoscere anche a voi, amici miei.
Da dove e` partito il tutto?
Sono partita dal concetto: il cibo come parte di una cultura.
La piu` immediata: quella che parte da una necessita` primordiale, la sopravvivenza. La piu` immediata, ma che si trasforma presto perche` evolve a seconda del paesaggio e dipende da esso e dalle sue risorse.
Si trasforma nella storia di un popolo e lo riflette.
Cinque anni fa neanche si pensava all’EXPO, che apertosi ieri, usa il cibo come soggetto: Nutrire il pianeta energia per la vita.
Allora era un concetto nuovo: c’era solo un corso simile negli USA. Mi ero messa in contatto con il docente di quel corso, che si era rivelato molto disponibile, ma avevo voluto dare un taglio personale al mio corso e piu` volto al sociale. Ho parlato di ricchi e banchetti, ma anche di poveri e pellegrini. Di storia e tradizioni, ma anche di paure e scetticismo a mangiare qualcosa di nuovo.
Mi sono occupata degli immigrati che hanno lasciato l’italia nei vari periodi della sua storia e perche`. Chi erano? Perche` lasciavano l’Italia? Da dove arrivavano e che cosa si portavano dietro? Ma ho anche considerato la linea sottile che faceva restare e come si viveva in Italia da contadini. Ho usato un film bellissimo per raccontare la storia dei contadini del nord italia ricco dell’inizio del novecento: L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi e ho visto la sorpresa e lo choc negli occhi dei miei studenti, abituati alle comodita` a vedere come si viveva allora e come le tradizioni, di cui avevamo parlato quando ci eravamo occupati del Medioevo, fossero sopravvissute intatte attraverso i secoli, come ad esempio la macellazione del maiale a dicembre che avevamo gia` visto negli Arazzi Trivulzio.

foto Giovanni Dall’Orto 2009


Ecco  sono stati sempre gli occhi dei miei studenti il termometro del mio corso. 
E sono sempre stati interessati anche se magari si aspettavano piu` ricette da me e non ne hanno avute molte…
Dal canto loro hanno anche fatto delle ricerche su argomenti diversi: dalla relazione tra cibo e religione alle DOP, IGP e alla contraffazione dei cibi. Un corso che lascia molto e cambia anche un po’ il modo di vivere di questi ragazzi: tramite me vengono a contatto con Slow Food e, se non posso pensare che tutti da quel momento in poi, si trasformino in persone che non mangiano niente che non sia biologico, di sicuro sono messi di fronte ad un approccio nuovo al cibo.
Ho insegnato questo corso 3 anni di seguito ed il corso si e` riempito in 2 giorni ogni anno. Quest’anno ho avuto 40 studenti e ricevuto altre 5 richieste che ho dovuto rifiutare perche` l’aula che mi avevano assegnato non avrebbe potuto contenere legalmente piu` persone. Nessun corso all’universita` ha avuto un successo maggiore. E tutto va alle ortiche.
 Ed io che me ne faccio della mia voglia di parlare di questo argomento, della mia voglia di studiarlo ancora?
Ditemi che ne faccio?