Are you camera ready?

Image result for camera ready
photo credit :http://www.onegoodthingbyjillee.com/

Non so se vi e` sfuggita l’informazione, nella marea di parole con cui vi travolgo: fra un mese iniziero` ad insegnare un corso intensivo di italiano per l’universita`.
Si tratta di italiano primo livello, corso che insegno da anni. La differenza e` che questa volta sara` online. Le lezioni, le istruzioni per gli esercizi, i quiz, gli esami e pure la mia…persona… devono essere disponibili attraverso uno schermo di computer.
E` da novembre che  mi sono imbarcata in  questa avventura e non vedo ancora il porto d’arrivo.
Cioe` si`, lo vedo…e` vicino e si chiama 18 maggio, lunedi`, ma sono rimasta senza carburante e devo remare, in un mare pieno di squali.
Vi e` piaciuta la metafora? Magari e` un po’ troppo drammatica, ma rappresenta come mi sento ultimamente.
A forza di remare sono stanca: non pensavo ci volesse cosi` tanta attenzione ed altrettanti meeting di lavoro per portare tutto il lavoro che si fa in classe su un computer.
E a questo si aggiunge che il corso durera` 6 settimane e coprira` il programma che si fa in 4 mesi di lezioni “normali”.
Oddio, parlando del vile denaro, c’e` anche da dire che guadagnero` in sei settimane cio` che di solito guadagno in 4 mesi e che mi e` stato riconosciuto uno “stipend”, che nonostante il nome, non corrisponde allo stipendio ( eccone la definzione se vi interessa) per la preparazione.
Lasciando stare il fatto che se non mi vedrete postare niente fino alla fine di giugno, non pensiate che io abbia chiuso casa e che mi sia trasferita in Costarica ( magari)  No! Saro` solo qui a correggere ed insegnare da mattina a sera , ma posso gia` facilmente affermare che i soldi dello stipend me li sono ampliamente guadagnati.
Parola su parola, tutto e` stato messo online. Un lavoro mostruoso perche`, se ci si basasse solo sulla grammatica, il corso diventerebbe una palla mostruosa. Bisogna allora inventarsi attivita` e discussioni per coinvolgere gli studenti e farli sentire parte di una comunita` anche se virtuale. Cosi` abbiamo dovuto inventare degli Alter ego con famiglie, per far si` che gli studenti lavorino con piu` soggeti dei verbi. UN LAVORACCIO!
La ciliegina sulla torta? La settimana scorsa mi hanno filmata per fare dei video di presentazione dei capitoli. Filmata! Ma vi rendete conto?
Ecco come sono andate le cose.
La settimana precedente, meeting per dirmi come sarebbero andate le cose in sala registrazione.
Primo: non avrei dovuto leggere, anche se sarebbe stato meglio non andare proprio a ruota libera per evitare gli UHMMMM che sarebbero potuti accadere per un vuoto di memoria, che qui chiamano spassosamente BRAIN FART ( scorreggia mentale).
Secondo: avrei dovuto cambiare abito ed accessori per far pensare a registrazioni successive.
Terzo: avrei potuto scegliere dove  filmare i video, anche all’aperto o in qualche luogo legato alla tradizione italiana a Milwaukee. Ho deciso di rinunciare a quest’opzione: gia` sapevo che avrei avuto problemi di naturalezza di fronte alla macchina da presa, pensate anche sapere di avere occhi di altri sconosciuti puntati su di me.
Quarto :  avrei dovuto preparare uno sfondo con uno slide show di immagini a narrare cio` di cui avrei parlato.
Insomma, visto che questo e` un periodo di calma piatta per me ( certo!), proprio da stare tranquilli.
Il giorno fatidico arriva.
La mattina cerco di sistemarmi i capelli, avevo cercato di prendere un appuntamento dalla parrucchiera, ma nada de nada..allo specchio una evidente, deprimente ricrescita. Ricorro allo stick temporaneo: copre, ma i capelli si induriscono e solo quello mi da` fastidio. Li lascio sciolti e ricci al naturale sperando cosi` di nascondere piu` difetti possibili di colore e taglio ormai datati e mi sembra di aver fatto pure un buon lavoro. Arrivo anche a usare il ferro per evidenziare alcuni riccioli intorno al viso ad incorniciarlo. Mi trucco un po’, sono ancora moderatamente dorata dopo la vacanza del mese scorso e mi guardo soddisfatta allo specchio.
Parto con la borsa  con 6 cambi (per i 6 moduli del corso) tra maglie, top, canotte e tutto quello che puo` far pensare ad estate ( visto che il corso sara` in estate), ma anche con le mie adorate sciarpone. ( meno male…con il senno di poi).
Arrivo all’universita` e mi dirigo in sala di registrazione. Molto professionale, ma d’altra parte chi mi filmera` sara` uno studente che studia quello, quindi …
Mezz’ora per sistemare luci, schermi, computer su cui passeranno le immagini da me preparate che verranno proiettate sullo schermo, insomma io li` ad aspettare.
Arriva il momento clue. Mi faranno due registrazioni per ogni video e sceglieranno la meno peggio  la migliore. Non c’e` il ciak, ma carinamente e per sdrammatizzare, mi dicono che se voglio me lo vanno a cercare. 
Poi mi danno le dritte per evitare che i miei occhi vaghino per la stanza o che il mio sguardo appaia piu` vuoto di quel che e`. Allora mi dicono di considerare la telecamera lo studente a cui parlo e di essere naturale.
Facile vero? Eccerto! Come no!
Ho un freddo boia, altro che estate! 
Il primo ciak arriva e decido di partire non dal primo modulo , ma da uno di mezzo, che poi sara` inserito nel corso quando gli studenti saranno gia` abituati alla mia erre piemontese ed al mio forte accento italiano quando parlo inglese.
Comincio e alla fine va tutto liscio, l’unica cosa difficile e` veramente guardare la telecamera, senza “vedere” la persona che c’e` dietro la telecamera. Sono anche un po’ conscia della mia gestualita`: non voglio essere rigida come una scopa, ma neanche gesticolare troppo ( che poi dicono che noi italiani gesticoliamo a sproposito).
Tra un video e l’altro mi cambio, cambio anche rossetto, ma rinuncio a cambiare pettinatura…troppo sforzo!
Continuano le registrazioni e ci vogliono due ore per fare tutti i video: alla fine sono morta! Balbetto anche per la stanchezza e il video del primo modulo e` quello che devo ripetere di piu`…altro che naturalezza che si acquisisce con la pratica!
I video non li ho ancora visti nella loro interezza, non so se osero` guardarli mai.
Sono tornata allo studio per fare ancora delle registrazioni audio per altri esercizi e per gli esami e me ne hanno fatto vedere dei pezzettini, dicendo che sono venuti bene e che sono veramente naturale davanti alla telecamera… mah?
Io ho visto solo i difetti: le rughe, l’abbronzatura che pure essendo veramente minima dal vivo, mi fa sembrare incartapecorita, il rossetto che invece di evidenziare le labbra mi indurisce i lineamenti ed i capelli???? Orrore!
La luce sparata sopra di me, ha reso i miei riccioli naturali un intreccio caotico e volante, decisamente piu` l’immagine di una che si era appena alzata dal letto  che una “bella testina”. Avrei potuto evitare il ritocco, tanto sembravo tutta bianca!
Insomma dov’era il mio make up artist? No, non ero certo”camera ready”!
Pero` e` stata una bella avventura e mi ha fatto capire quanto lavoro c’e` dietro ogni programma televisivo o film che vediamo.
PS: non potrete ridere di me: questi video saranno solo visibili agli studenti, sul server dell’universita`…ALLELUIA!

Lavoro e responsabilita`: un’Americana in Piemonte

Image result for babysitter cercasiL’americana di cui leggerete la testimonianza e` Toni, la mia amica  che vive in Piemonte. Ve la ricordate,vero? E` lei che aveva scritto gli shock culturali che ,come americana, aveva incontrato trasferendosi in Italia, dopo che aveva letto i miei di italiana, quando mi sono trasferita all’estero. 
Da allora e` nata una collaborazione tra di noi, che abbiamo vite simili e conosciamo bene il luogo dove l’altra vive.
Questa collaborazione dara` altri frutti a breve. 
Per ora vorrei solo condividere cio` che ha scritto oggi, dopo aver letto il mio editoriale per Alessandria News, diventato post per il mio blog, sul lavoro giovanile.
Senza togliere nulla ai commenti che molti miei lettori italiani hanno voluto lasciare, sia al giornale, sia sul blog, sia nei gruppi dove il post e` stato pubblicato, mi sembrava interessante dare evidenza al suo punto di vita, che parte da un modo di vivere opposto a quello che ho sperimentato io e che porta al fatto che ancora mi sembri strano questo voler lavorare a tutti i costi cosi` giovani. 
Io alla fine il primo lavoro l’ho avuto come tirocinante in farmacia, cosa che era obbligatoria per laurearsi, ma di certo non ero stata pagata per quello, ed il primo lavoro pagato l’ho avuto solo dopo la laurea.
Lei che invece ha sperimentato durante la sua vita americana il poter lavorare gia` da giovanissima eta`,  adesso non trova le stesse opportunita` in Italia per la sua figlia diciottenne e questo la lascia altrettanto a bocca aperta.
Lascio pero` a lei la parola:
“In America ci sono molti “lavoretti” che possono essere fatti per un paio d’ore, per integrare le la paghetta ricevuta dai genitori: vendite part time, imbustare la spesa nei supermercati, vendere gelati durante la stagione calda.
 Da quando avevo 14 anni, ho sempre avuto un lavoro dopo la scuola, in luoghi che potessero darmi qualche soldino in tasca , ma soprattutto mi facessero sentire molto responsabile: ho fatto la babysitter, la dogsitter, sono andata a fare commissioni per gli anziani, sono andata a fare pacchetti  nei negozi per Natale. 
Non ci sono quelle possibilità qui per mia figlia. 
L’ Esselunga non ha nessuno che imbusta la spesa ( nda: Toni, l’imbustatore e` una figura professionale che sorprende ogni italiano che si trasferisca da queste parti. Ti invito a leggere Mammacongelo e te ne renderai conto anche tu), i nonni sono le babysitter italiane ( nda: specialmente in paesi e citta`piccole, mentre in grandi citta` si tende ad avere una nanny adulta e non si darebbe la cura dei propri figli ad un ragazzino che non guida neanche) e lo fanno gratuitamente, i figli adulti fanno le commissioni per i genitori anziani, e gli addetti alle vendite avvolgono tutto loro(che siano salame o regali). 
E ‘un peccato, perché vedo che i ragazzi italiani non sembrano sviluppare per questo motivo un senso di indipendenza.”
E secondo voi si arrivera` mai in Italia la possibilita` di far lavorare i ragazzini in questi modi?
Io saro` scettica, ma penso di no.
Il mio scetticismo si basa sul fatto che non vedo la societa` italiana aprirsi molto a lavori ,tutto sommato, non essenziali: non serve l’imbustatore quindicenne, come non serve in un supermercato avere il ragazzino che lava i pavimenti o quello che riassortisce gli scaffali. Costoro costano: perche` assumere un lavoratore cosi` “limitato” quando lo stesso lavoro lo fa` la commessa che sta alla cassa, quando ha finito il suo turno, che cosi` e` stanca e allora ti risponde brusca o non ti guarda neanche in faccia? . E questo apre il vespaio del customer service…E dove mettiamo le assicurazioni, le tasse etc.etc.? Insomma sono due societa` strutturate in maniera diversa.
E voi che ne pensate?

Lavoro e responsabilita`

Lavoro e responsabilità

La quasi totalità dei ragazzi americani dai 16 anni in su ha un lavoro soprattutto per imparare ad essere responsabile e a maneggiare il denaro. Ma se non vai bene o non servi più l’indomani sei a casa, senza appello
OPINIONI – Mia figlia mi ha detto che sta cercando lavoro, che è già tardi per lei iniziare ora a lavorare, ma non può più rimandare, altrimenti il suo curriculum ne soffrirebbe. Mia figlia ha 19 anni e fa il primo anno di università. Sta cercando lavoro per quest’estate e sta cercando un lavoro da fare anche durante l’anno accademico. A differenza sua che non ha mai lavorato, se non saltuariamente, fino ad ora, poiché d’estate si veniva in Italia e durante la scuola abbiamo sempre dato priorità allo studio con una mentalità ancora molto italiana (“Prima lo studio, poi tutto il resto”), la quasi totalità dei ragazzi americani dai 16 anni in su, cioè da quando diventano indipendenti con una patente in mano per potersi muovere, ha un lavoro.

Nella nostra zona, generalmente benestante, il lavorare ha soprattutto lo scopo di imparare ad essere responsabili oltre ad insegnare a maneggiare il denaro e il suo valore. Statisticamente poi si è visto che il lavoro,anche fatto dopo la scuola ogni giorno, magari per due ore al giorno, non peggiora i risultati scolastici, anzi li migliora. A questo si aggiunge il togliere certi grilli per la testa, che chi ha troppo tempo a disposizione, può avere. Ora, non fraintendetemi, lo stesso risultato lo si ottiene se un giovane è coinvolto in altre attività extra scolastiche, come attività sportive o musicali oppure se fa volontariato!

All’università invece diventa importante avere un vero lavoro. Il futuro datore di lavoro, quello del dopo laurea, quello che assumerà per gli studi fatti e le conoscenze specifiche, vedrà di molto buon occhio ogni lavoro precedente, qualsiasi lavoro. Per questo motivo la quasi totalità dei miei studenti dell’università lavora. L’università stessa mette a disposizione parecchi posti di lavoro: gli studenti sono presenti in tutti gli uffici e in tutte le posizioni. Le università americane sono praticamente delle “città” autosufficienti: hanno uffici postali, radio-televisioni, giornali, dormitori, uffici di pubbliche relazioni, mense, pronto soccorso, palestre, biblioteche, negozi, cinema, e la lista potrebbe continuare ancora per molto, ma alla fine quello che conta è che la prima persona che si incontra in ogni postazione è uno studente. Al di fuori dell’università è la stessa cosa: i camerieri dei ristoranti sono per la maggioranza studenti, così come i cassieri dei negozi, i magazzinieri ect ect.

Sti ragazzi si fanno un discreto fondello: è un po’ la mia paura (la mamma italiana iperprotettiva esce fuori!) che mia figlia non si trovi sopraffatta da troppe responsabilità perchè alla fine è vero che lo studio è il motivo per cui è all’università e di ore di studio ne fanno tante. Era già studiare tutte le sere fino alle 23,30 al liceo… Mia figlia è venuta a casa due settimane fa e, dopo aver spulciato le offerte di lavoro della zona, ha fatto un colloquio ed è stata assunta. Vuol dire che andrà a lavorare lì? Non è detto! Mancano ancora due mesi, c’è tempo per guardarsi ancora in giro e scegliere. È facilissimo vedere fuori da esercizi commerciali la scritta “We are hiring” (assumiamo).

Whoa, gli Usa: è il paese di Bengodi. Trasferiamoci tutti lì! Calma! Non è tutto oro quel che luccica… Per prima cosa, se non vai bene o non servi più l’indomani sei a casa, senza appello e lo stesso succede se non ti piace il lavoro, te ne vai senza strascichi di sorta. Arrivederci e grazie… Il trattamento pensionistico non esiste e la cosa è accettata da tutti, come non c’è assistenza medica per chi fa quel tipo di lavoro (il discorso sulle pensioni è lungo, così come quello sull’assistenza medica, eventualmente sarà per un’altra volta).

I ragazzi che fanno questi lavori non hanno nessun bonus, vengono pagati ad ora, per le ore che fanno. La paga oraria è quella minima (si chiama Minimum Wage) che varia da stato a stato e qui è 7.50$… Alla fine i ragazzi guadagnano così poco che non serve a loro neanche fare la dichiarazione dei redditi. Insomma in questo modo, secondo la mentalità italiana, il lavoratore è sfruttato, secondo la mentalità americana ci si rimbocca le maniche e si cerca un altro lavoro o più di un lavoro contemporaneamente.

È giusto? Forse no, specialmente per chi deve sostenere una famiglia.  Ma è giusto quello che succede in Italia, dove l’immobilismo non apre nuove possibilità? Dove non si può quasi licenziare o licenziare costa di più che lasciare per anni i lavoratori in cassa integrazione? Dove facendo così non si fa che aumentare il lavoro in nero? Dove i giovani non trovano lavoro neanche a trent’anni e vivacchiano alle spalle dei genitori?

Io non conosco nessun figlio di amici che durante l’estate abbia la possibilità di lavorare (se non lavorare come intrattenitore per associazioni tipo parrocchie o boyscout) e men che mai durante l’inverno. Di chi è la colpa? Dei giovani che sono viziati e non si abbasserebbero a pulire dei pavimenti, dall’alto dei loro studi universitari, o della legge che non permette di assumere alla luce del sole perchè ci sono troppi cavilli, protezioni e spese da parte del datore di lavoro?

A voi la risposta.

Ricette dei ricordi: la torta di riso di papa`

Questa semplice torta salata per me ha il profumo di quando ero bambina. Mio papa`, che non era un cuoco di certo, la faceva sempre e mi diceva che l’aveva imparata da sua mamma, mia nonna. Non pensavo che fosse una ricetta tradizionale piemontese, invece l’ho anche trovata in un libro.
La mia versione e` quella vegetariana e velocissima che mio papa` faceva.
A mia figlia piace cosi` tanto che ogni volta che torna a casa gliela preparo. 
Spero che diventi anche per lei una tradizione da tramandare. 

Continua a leggere “Ricette dei ricordi: la torta di riso di papa`”