Noi pendolari transoceanici: una storia solo mezza expat.



Io e Patrizia ci conosciamo da sempre. Facevamo parte dello stesso gruppo parrocchiale, anche se lei e` piu` giovane di me. Lei e Armando, suo marito, anche lui parte del nostro gruppo, si sono conosciuti sotto i nostri occhi, innamorati sotto i nostri occhi, sposati e avuto figli tutto nello spazio di pochi isolati da noi. 
Hanno due figli Francesca, ora ventisettenne e Alessandro diciottenne.
Armando dopo la laurea in ingegneria, ha cominciato a lavorare per una grande azienda ed i primi anni faceva il pendolare tra Milano ed Alessandria, come quasi tutti coloro che hanno lauree con sbocchi non possibili in una citta` di provincia come la nostra.
All’essere pendolare con la grande metropoli presto si sono aggiunte trasferte all’estero, nel frattempo noi ci siamo trasferiti negli USA. Patrizia allora aveva un negozio con suo fratello e trascorrerava la maggior parte del tempo in Italia con i bambini, mentre Armando viaggiava. I viaggi per stare con il marito erano piu` vacanze che altro.
Poi, con i figli diventati piu` grandi , una decisione: trascorrere piu` tempo con il marito, ma ormai con l’impossibilita` di trasferire la famiglia. I figli, ormai alti con gli amici in Italia ed una vita Italiana, non avrebbero mai preso la valigia per trasferirsi. Patrizia pero` si`…ma a tempo determinato…ecco la storia di due pendolari transoceanici. Una storia semi-expat.
Lascio la parola a Patrizia.

Raccontaci la tua vita:

Ci sono gli espatriati, quelli che con coraggio lasciano l’Italia e si giocano il futuro all’estero e ci sono gli ‘espatriati a tempo determinato’ per i quali l’esperienza fuori casa ha da subito una data di scadenza.
E poi ci siamo noi, le mogli di questi ultimi. Donne dalla ‘doppia vita’, o dovrei dire dalla vita ‘dimezzata’… tre mesi col marito in terra straniera e tre mesi in Italia dai figli o dai genitori anziani, in un vortice infinito di su e giù tra la patria ed il paese ospite, valigie sempre in giro per casa e passaporto in mano.

Doppia vita, doppio guardaroba, doppie case, doppio di tutto e soprattutto, sparsi in ogni cassetto, una gran quantità di adattatori elettrici provenienti da più parti del mondo. E ogni volta che vado via da un luogo cado nella trappola dell’oggetto ricordo. Non sempre è un tappeto, un cuscino o una ciotola decorata a mano! Ogni volta mi ritrovo a fare i conti con inevitabili sentimentalismi. Lasciando il paese che mi ha ospitato, e che suppongo non rivedrò mai più, vorrei portare via tutto quello che posso: ricordi, persone, emozioni, colori, cibo, cultura. Purtroppo le uniche cose che si possono impacchettare sono gli oggetti, con drammatiche conseguenze sul peso del bagaglio! Il resto lo si porta nel cuore.

E poi mi sposto attraverso il mondo con la macchinetta del caffè che ‘buono-come-quello-nessun’altra-lo-fa’ (non è vero…. ), o con la planetaria compagna di epiche battaglie per far nascere, crescere e riprodurre la pasta madre e tutti i profumi dei lievitati che mi fanno sentire un po’ meno lontana da casa.

foto da http://www.studenti.it
Come ti senti quando ti trasferisci, hai problemi ad adattarti?

Il lavoro, in questi ultimi tre anni, ha portato Armando in Messico a Citta` del Messico Da subito sono stata accolta nel ‘club delle mogli’, in realtà una grande famiglia dai legami fortissimi. Sarà per necessità o perché non conoscevo nessuno o per il gran tempo a disposizione, ma qui nel Distrito Federal (come lo chiamano gli autoctoni) ho avuto modo di stringere amicizie profonde. Mi sono ritrovata sorella, nipote, zia… e anche nonna!!!
Aiuto reciproco, complicità, divertimento comunitario sono la norma delle mie giornate messicane. E così si esce tutte insieme per la spesa al mercato, un giro al museo o al parco, la passeggiata su Reforma, le sessioni di cucina per scambiarsi le ricette di famiglia o per rifornire il congelatore di tortellini e agnolotti. L’aiuto reciproco non è un’opzione o una scelta, ma quanto di più spontaneo e naturale ci possa essere.

E Armando?

Questo menage fuori dalla norma rispetto alla vita in Italia, ha anche benefici effetti sulla coppia.
E’ bellissimo ritrovare il piacere di accudire il coniuge, di dedicargli un sacco del mio tempo (in pratica quasi l’intera giornata), di pensare come coccolarlo col suo cibo preferito, o non facendogli mancare gli abiti ben stirati nell’armadio. Quando siamo soli in terra straniera, lontani dalle frenetiche impellenze che figli-lavoro-mamma-amici-parenti reclamano, mio marito torna ad essere il fidanzato di un tempo, il confidente, il compagno con cui si condivide davvero la quotidianità. E a me piace tutto questo


Puoi dirmi come hai affrontato l’esperienza di mamma lontana dai figli che crescevano? Come venivi accolta quando tornavi a casa? Che atteggiamento avevano i ragazzi nei tuoi confronti?
Mi spiego: vieni considerata come qualcuno che non puo` parlare perche` non sa?  Scusa la domanda molto personale, ma il rapporto con i figli interessa molte persone ed in effetti e` quello che mi fa rispettare ancora di piu` quello che hai fatto in questi anni. Noi expat tradizionali alla fine l’abbiamo piu` semplice perche` ci muoviamo uniti, trasferiamo il nostro piccolo nucleo familiare. Io poi con solo due destinazioni, ma anche ogni persona che nel mondo parte con marito e figli. Tu invece sei sempre stata quella della vita a meta`, anche se, se non mi sbaglio, stai fuori molto di piu` ora di quando i ragazzi erano piccoli.

Armando ha sempre viaggiato moltissimo per lavoro ed io sono diventata il punto fisso, il perno della famiglia, riferimento certo e sempre presente per i nostri due figli, nonché la ‘casa’ a cui tornare per il marito.
Poi ho chiuso il mio negozio: tanto tempo libero per seguire ancor più i ragazzi che però nel frattempo sono diventati grandi. La prima, Francesca, aveva tagliato da un pezzo il cordone ombelicale andandosene a vivere da sola durante l’universita`. Invece il cucciolo di casa, Alessandro, era in piena adolescenza, quindi in un momento della vita in cui le madri è meglio adottino comportamenti asciutti e ‘decorosi’ verso i giovani ometti in erba. Ho imparato quindi a risparmiargli smancerie e coccole, ma soprattutto ho dovuto accettare che volesse mettere alla prova la propria indipendenza e capacità gestionale della sua vita.

In questo contesto si è presentata l’occasione di un nuovo trasferimento per mio marito. Era l’occasione per seguirlo maggiormente, di stare con lui con permanenze prolungate e di mettere alla prova le velleità del piccolo, magari contando sull’aiuto di una sorella maggiore superindipendente e di genitori (i nonni) ancora in gamba.


Ma, sorpresa sorpresa: parlando con i ragazzi,proprio Francesca se ne esce con un: <>(uuuuuuuuhhhh mamaaaaa!!!!) sottolineo che il mortale commento è uscito dalla bocca di una ai tempi ventiduenne che già da qualche anno conviveva col fidanzato a Milano, in un’altra città. Dimostrazione del fatto che i figli possono mettere distanze chilometriche con la famiglia ma che questa distanza sarà sempre inferiore a quella che i genitori possono mettere con loro.
Unica soluzione: la mamma-moglie part time.
Ti parlo in particolare del Messico poiché le esperienze indiane e qatarine le ho vissute più che altro da turista.
In cuor mio ho ringraziato moltissimo il sig. Zuckerberg durante il primo periodo messicano. Capitava che nel pomeriggio mi collegassi via Facebook con Alessandro, schermata video aperta in un angolo, e mentre cucinavo col pc sul tavolo, vedevo mio figlio che studiava o faceva i compiti dall’altra parte del mondo. Magari neanche ci si parlava, a parte i primi saluti e l’immancabile resoconto sulla giornata scolastica, però eravamo insieme, quasi come se fossimo nella stessa stanza. Whatsapp ha ulteriormente migliorato le cose, al punto che il mio ritorno a casa è diventato più che altro una ratifica, una conferma fisica, un completamento di qualcosa che c’era già stato, che avevamo già fatto insieme, solo che io ero in Messico e loro in Italia: ma io c’ero, ci sono, nonostante fossi lontana. 
C’ero quando Ale doveva far partire la lavatrice a casa dalla nonna, c’ero quando esultante ha ritrovato negli scaffali dell’Esselunga l’amatissima crescia sfogliata, c’ero nella sua notte insonne a dosare medicine quando il mal d’orecchi lo impensieriva, c’ero quando Francesca doveva concepire il regalo per il diciottesimo del fratellino, c’ero quando il mio (di fratello) non trovava un prezzo per le fatture dell’azienda… C’ero. Oramai basta un buon telefono per riuscire a condividere la quotidianità. Il resto, i grandi discorsi, ci sono anche quelli, magari raccontati via mail, nei commenti in posta privata su fb oppure a voce quando ci si ritrova faccia a faccia.
Mi sorprendo, quando torno a casa, nel vedere i miei figli così legati tra loro. Vivono in case diverse, eppure si ‘frequentano’ moltissimo, forse perché costituiscono l’uno per l’altra la famiglia superstite, quindi preziosa. E questo è bello.

Certo è che nonostante tutto, dopo alcune settimane lontana dai ragazzi, inizio a sentire l’impellenza del contatto ‘dal vero’, così come, quando sono in Italia lontana da Armando, mi chiedo e mi richiedo che ci sto a fare dall’altra parte del mondo rispetto all’uomo con cui ho deciso di trascorrere ogni giorno della mia vita.
E capisco che è giunto il momento del turnover…..di riempire la valigia e partire.


Patrizia una domanda ancora: Come definiresti il rapporto di Armando con i suoi figli?Si e` fatto dei  sensi di colpa ad essere lontano?

Sì,sempre! Lui dice di non essere stato un buon padre. Ed io non riesco a convincerlo del contrario. L’esempio, la condotta, lo stile di vita sono i veri ‘educatori’ ,e` piu` importante  la qualita` della quantita` di tempo insieme. Certe sensibilità i ragazzi le hanno assorbite dal padre e sono cose che non si ereditano, ma si interiorizzano solo dopo averle in qualche modo vissute
Vi sarebbe mai stato possibile trasferirvi come famiglia oppure i tempi di permanenza di Armando in un luogo erano sempre cosi` brevi da rendere un trasferimento impossibile?
E si.. all’inizio dovevamo andare almeno con Alessandro, era settembre quando Armando  ha ricevuto l’offerta,  ma a novembre mori` mio papà e le cose si sono complicate.Avevo a quel punto altre responsabilità verso la famiglia e la sua azienda di trasporti, che adesso io e mio fratello portiamo avanti. Sai questa è stata l’eredità più preziosa ricevuta da mio papà: un’azienda sana, rispettata e nel cuore di molti alessandrini.
Grazie Patrizia di questa chiacchierata, mi fa molto piacere condividere con i lettori del mio blog e del giornale la tua storia e questo  vostro modo un po’ diverso di vivere l’espatrio. 
 Si impara sempre qualcosa di nuovo  dagli altri e sono sicura che la tua storia aiutera` anche molte altre famiglie che nolenti o volenti si trovano a dover prendere una decisione simile alla vostra.
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8 pensieri su “Noi pendolari transoceanici: una storia solo mezza expat.

  1. No., infatti ognuno deve cercare di vivere al meglio la sua..non c'e` modo giusto o sbagliato. Molte volte sono venuta a contatto con i tecnici che lavorano nell'azienda dove lavora mio marito e molti di loro hanno lasciato la famiglia in Italia, perche` i progetti sono magari di sei mesi, ma quando ci sono figli e magari una moglie che lavora,sei mesi sono troppo pochi per spostarsi… ma sono tanti quando si e` soli dall'altra parte del mondo. mi sembra che l'altra mamma nel deserto Drusilla stia vivendo ora una situazione del genere…non deve essere facile…

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  2. patrizia astore

    Viste da fuori sembrerebbero quasi gesta eroiche. In realtà, almeno per quel che mi riguarda, è tutto molto più semplice poiché non sempre vi sono alternative: si segue la corrente, col vantaggio, rispetto a te Claudia, che il trasferimento non è mai definitivo. Non dobbiamo fare i conti sul serio con lo 'sradicamento famigliare'. E se le cose si dovessero complicare si torna a casetta. Oggi giorno le distanze sono davvero quasi annullate. Se penso ai nostri emigranti che hanno lasciato l'italia per tornarci dopo decenni, mi vengono i brividi…

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  3. di certo..differenze oggi ce ne sono , anche da quando sono partita io. Pensa che i primi anni prima che tutti avessimo almeno un computer con le email, io mi tenevo in contatto con un'amica italiana via fax! cioe` lei mi spediva i fax dall'ufficio, mentre io lo avevo in casa perche` serviva per il lavoro di Luigi…preistoria e sono solo 19 anni fa… Non per niente da quando skype e` nato mia mamma ha subito comprato il computer per POTERCI VEDERE

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  4. franca

    Ciao anche io sono in una situazione analoga ma differente tra due giorni partiro per l'italia dovendo lasciare qui i miei due adorati figli e sono molto triste ma purtroppo e'cosa da fare.
    Ci siamo trsferiti in uk nel 97 cercando una vita migliore purtroppo non e andata molyo bene pero grazie a Dio i nostri figli sono cresciuti bene mia figlia 9 anni fa e andats a vivere con il suo ragazzoe hanno avuto un bel bambino ma aime' la storia e finita e cosi ora vive sola ha un buo lavoro ed e felice ora ha 32 anni ,mio figlio ventisenne con un buon lavoro vive ancora in casa ancoa per poco pero perche vome dicevo tra due giorni rientreremo in Italia ,questo perche la mia anziana mamma che vive con me da un anno e mezzo dopo la morte di mio padre si e ammalata e ricoverata in ospedale dopo una settimana ha cominciato ad essere fuori di se probsbilmente per l'impossibilita di capire o di esprimersi in caso avesse bisogno di qualcosa cosi sono dovuta rimanere in ospedale giorno e notte .
    Questo stress mi ha fatto ammalare fi depressione ho avuto paura che anchio un domani potessi avere lo stesso malanno ho cominciato ad avere paura di tutto paura della vita drlla morte e mi e venuta anche una forte ansia con disturbi fisici che non sto a raccontare ms credetemi orribili .
    Ptobabilmente questo evento ha scoperto anni di solitudine e infelicita che ho soppresso in tutti questi anni .
    Ora ho dovuto prrndere questa decisione per la paura che se dovesse capitare e capitera visto che la mamma ha 84 anni io dovrei stare in ospedale giorno e notte e non ne uscirei piu da questo incubo e poi anche perche qui mi sento sola non avendo amicizie o famigliari e dura e poi avevo messo in conto di ritornare nella mia Italia forse avendo amici e famigliari che possono aiutarmi e il fatto che potrebbe rimanere in ospedale da sola che per me e stato il fatto scatenante dells mi depressione
    ma l'unico mio grande dolore e che devo lasciare i miei figli qui in uk da soli e mi sento proprio giu anche se loro hanno capito il mio disagio e anzi mi incoraggiano di andare perche loro sono grandi e se la sanno vedere da soli ,ma come capirete per una mamma lasciare i propri figli e tremendo anche perche di solito sono loro che lasciano i genitori e non viceversa e poi non hanno nessun parente qui rimarrebbero solo loro due .
    Piango continuamente sono disperata ma non ho alternative pensare di stare qui in uk in questa situazione mi uccide e di contro devo lasciare i miei ragazzi
    mi sento a pezzi!!!
    Grazie per aver letto il mio sfogo ma gradirei un commento o un consiglio
    quando arrivero in Italia andro da una psicologa perche ho veramente bisogno

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  5. Anonimo

    Lo so bene io che per necessità ho lasciato. Mio. Figlio in italia e magari molti ci hanno giudicato è talmente difficile che un giorno si e l altro pure voglio tornare in italia .

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