Con gli studenti all’Italian Community Center

Pubblicato da Alessandria News 30 marzo 2014
MILWAUKEE – Una sera ho portato i miei studenti del corso di cultura italiana all’Icc (Italian Community Center) per incontrare Mario Carini. Vi ho già parlato di lui, lo storico dell’associazione e lui stesso autore di un bel libro sull’immigrazione italiana qui a Milwaukee, intitolato Milwaukee Italians, The early years (questa foto è sta tratta dalla quarta di copertina e rappresenta alcuni immigrati approdati a Milwaukee, mentre si imbarcano sul piroscafo Duca di Savoia a Napoli). Portare i ragazzi ad incontrarlo è secondo me, ma anche secondo chi riesce a fare questa esperienza con me, una delle esperienze più interessanti del semestre.

Purtroppo il tempo che abbiamo a disposizione durante la normale lezione non ci permette di raggiungere il centro, ascoltare Mario e tornare in tempo perché i ragazzi possano andare alla loro lezione successiva, allora l’incontro con Mario diventa un evento “extra credit” e non obbligatorio, e non tutti ne possono approfittare. Ho ventotto studenti in quella sezione e molti lavorano la sera, non troverò mai una sera in cui tutti possano esserci. Peccato, perché chi fa da quella esperienza ne esce cambiato, che sia di origini italiane o no.

Gli Stati Uniti sono un crogiolo di popoli e le difficoltà degli immigrati italiani sono le stesse che hanno dovuto incontrare polacchi, irlandesi, tedeschi, cinesi , messicani e tutti gli altri, a qualsiasi gruppo etnico appartenessero. Per questo motivo quando Mario esordisce dicendo “ragazzi pensate ai vostri antenati e pensate che quello che vi racconto io, lo hanno passato anche loro” di certo attira la loro attenzione.

E di certo noi italiani, anche se siamo in Italia e non siamo emigrati, conosciamo qualcuno della nostra famiglia o dei nostri conoscenti che è andato a vivere lontano, se non negli Usa , come molti del Sud Italia, in Argentina o Brasile, come molti piemontesi e altri abitanti del Nord Italia. E se stiamo vivendo all’estero, come sta capitando a me o molti altri nuovi emigrati dei giorni d’oggi, chiamiamoci pure Expat che fa fine, di sicuro sentendo della vita e delle condizioni che hanno dovuto sopportare i nostri predecessori, prima di “farcela”, ci sentiamo molto privilegiati.

Da quando insegno questo corso di cultura la mia mente si è aperta e sono diventata molto più attenta e rispettosa degli altri, di tutti gli altri, e tutto perché è aumentato enormemente il mio rispetto per chi lascia tutto (o anche niente, ma un niente conosciuto) dietro di sé. Ma ci pensate? Mettetevi nei panni di questi italiani di 100 anni fa, che non sapevano neanche leggere o scrivere in italiano, men che meno lo sapevano fare in inglese, che spendevano tutto quello che avevano per un biglietto di piroscafo, alcune volte per fare un viaggio in terza classe, ma il più delle volte nella stiva, perché era quello che si potevano permettere.

Ci impiegavano 2 o 3 settimane ad arrivare qui, vivendo nella puzza, loro e dei compagni di viaggio, senza docce e con poche latrine per molte persone. Quando arrivavano, e il più delle volte era ad Ellis Island, l’isola simbolo dell’emigrazione negli Stati Uniti nella baia di NY, sede della dogana e del censimento degli immigrati, venivano esaminati come delle bestie: denti, pelle e tutti gli altri possibili orifizi, nudi come mamma li aveva fatti, in fila, separati dai loro familiari e se non andavano bene, se non erano in perfetta salute, venivano rispediti indietro senza tanti complimenti.

Naturalmente dovevano dimostrare di avere di che sopravvivere e di essere stati chiamati, cioèdi avere un lavoro ad aspettarli o un familiare giù negli Usa. Così se non c’era davvero un familiare, c’era “il padrone” e di solito finivano a vivere in specie di convitti dove venivano stipati in letti a castello, ma stavano comunque meglio di come stavano prima perché avevano da mangiare, cosa che non era una certezza nella vita precedente. Gli italiani erano mal visti, venivano considerati sporchi e non proprio di razza bianca, solo di un piccolo gradino superiori ai “negri”, ma solo perché erano i classici muli da soma, lavoravano e lavoravano, sopravvivendo di poco o niente. Eppure facendo così già riuscivano a mandare in Italia soldi necessari a fare stare meglio chi era rimasto indietro, che fossero genitori o mogli e figli.

L’anno scorso, ho avuto la fortuna di tradurre delle corrispondenze in italiano, datate 1927, di una madre ai figli negli Usa. Capire l’italiano di quella signora non è stato facile neanche per me. Nella lettera molti erano i termini dialettali e, come tutti noi sappiamo, in Italia abbiamo migliaia di lingue e dialetti e molte volte basta fare 20 km per trovarsi di fronte a una parola che non capiamo. Il senso della missiva però non lasciava alcun dubbio. La madre in Italia si lamentava con uno dei figli perché il fratello di costui, invece di mandare indietro i soldi a lei se la spassava con le donne, facendosi vedere nei bar, con questa e quella, a spendere e spandere. A parte il fatto che la madre dall’altra parte del mondo sapesse che uno dei figli se la spassasse, quindi che il tam tam delle malelingue funzionasse anche allora benissimo, nonostante internet, email e twitter fossero ancora un po’ in là dal venire, la considerazione da fare è che i figli ce l’avevano fatta! Erano ormai nella condizione di avere soldi da spendere nella nuova società.

E questo è quello che effettivamente è capitato. Arrivati nel nuovo mondo, lavorando e lavorando, gli italiani in due generazioni sono passati da lavoratori nelle miniere, nelle ferrovie a ovest o a raccogliere spazzatura, alla classe media. Le leggi degli Stati Uniti hanno obbligato i padri a mandare i figli a scuola, la prima generazione a saper leggere e scrivere. I figli sono diventati (dalle parole di Mario) “la finestra degli immigrati sul mondo nuovo”, le donne hanno cominciato a lavorare fuori casa, incontrando nuova gente e non sposando solo più per corrispondenza o nella immediata cerchia di conoscenze

Poi i nuovi “americani” mangiavano carne e, da piccoli e rachitici, in due generazioni aumentavano la loro altezza di parecchi centimetri e molto prima degli Italiani in Italia che, causa guerre e povertà, non vedevano questo cambiamento fino a molti decenni dopo. Si può dire che è la mia la prima generazione in Italia a essere stata cresciuta a suon di fettine, le bistecche tanto care a mia mamma, e io sono nata negli anni ’60.

Le foto che Mario ha raccolto in tutti questi anni mostrano nelle immagini, la storia dell’essere arrivati. Fotografie fatte per essere spedite indietro in Italia, fotografie che nelle immagini dovevano essere come lunghe lettere per chi le riceveva e non sapeva leggere. Le signore appaiono tutte con manicotti di pelliccia, colli di pelliccia e guanti di pelle (uno status symbol, da signori) , gli uomini con orologi con la catena che esce dal panciotto, cappotti lunghi e capelli impomatati. Un’altra categoria di foto a dimostrare una nuova visibilità sociale sono quelle dei matrimoni: sfarzosi, con le spose con vestiti degni di principesse, grandi bouquet, torte giganti e chiese decorate di fiori. La torta di una delle foto è un vero capolavoro (un po’ kitch, ma non ne avevo mai viste così e degli anni ’20): sopra la parte edibile, c’era una gabbia fatta di merletto inamidato, contenente due colombe da liberare prima del taglio.

Tenerissime sono le foto dei neonati, con un particolare a cui non avrei mai pensato se Mario non lo avesse fatto notare. Molti dei maschietti hanno il pisellino all’aria, ben visibile, mentre le femmine sono tutte rigorosamente vestite con cuffiette e abitini sotto il ginocchio. Perché? Bene, immaginatevi di non sapere leggere. Ricevete una foto del parente lontano con prole… ehm, come fate a sapere se ha avuto una femmina o se ha avuto l’erede maschio… basta guardare lì!

Insomma una storia fatta di immagini, di certo, che allora avevano uno scopo: dimostrare di avercela fatta. In alcune il protagonista ha tra le mani un libro (voleva dire che aveva imparato a leggere) in altre c’è una festa di carnevale (e chi poteva mai andare a feste o balli nel sud Italia contadino e semi feudale) . Altre ancora fanno vedere casette ordinate e bianche con tante finestre, cosa che nel sud si potevano sognare, visto che le case dei contadini erano solitamente costituite da una stanza senza finestre, dominata da un enorme lettone dove tutti vivevano e dormivano: animali a terra, persone sul letto e neonati a penzolare da cesti appesi al soffitto. Mario dice che nel Sud non cucinavano neanche in casa e che quindi avere una cucina qui era una cosa totalmente nuova. Però ha aggiunto anche che sua nonna viveva letteralmente nel terrore, perché le case qui sono costruite di legno e il suono delle sirene dei pompieri era una costante. Ogni mese c’erano almeno 3 incendi e come già detto per Chicago, anche a Milwaukee un grande incendio distrusse gran parte del Third Ward (dove gli italiani abitavano).

In classe abbiamo considerato le storia degli immigrati italiani nei diversi periodi e nelle diverse città. In alcune la comunità italiana era di lunga data e di grande successo, come a San Francisco, dove i nomi italiani sono comuni a ogni americano, come Del Monte, marchio conosciutissimo in tutto il mondo per la frutta, verdura, scatolame e molto altro o la banca più importante degli Stati Uniti, la Bank of America, originariamente Bank of Italy. In altre città abbiamo potuto fare considerazioni molto meno positive, come per New Orleans, dove gli italiani avevano preso il posto degli afroamericani nelle piantagioni di cotone e canna da zucchero e dove c’è stato il più grande linciaggio di italiani della storia degli Stati Uniti.

A Milwaukee, Mario ha detto che gli italiani non sono stati discriminati. D’altra parte questa è una città che ha avuto tra le sue prime comunità quella tedesca e quella polacca, e quando i polacchi hanno fatto loro il passo verso la borghesia, allora sono stati gli Italiani a prendere il loro posto, ma i vari passaggi non a così tanta distanza da rendere i precedenti abitanti immemori di ciò che avevano appena finito di provare loro.

Le foto della collezione si fermano alla fine degli anni 50. Dopo, la comunità italiana ha subito la diaspora di cui vi ho parlato alcune settimane fa nell’articolo La Milwaukee Italiana a causa della demolizione della chiesa fulcro della vita del quartiere. Guardare le foto di Milwaukee allora e pensare a quanto è stato distrutto per fare posto a una autostrada elevata che ha in pratica diviso la città nelle aree attuali è triste. Ma gli americani sono così per esempio con pochi mesi di lavoro stanno cambiando i connotati ad un’area della città più vicina a casa mia, solo per rimodernare un altro svincolo autostradale che collega la zona degli ospedali universitari. Alcune colline sono state appiattite, ponti costruiti e l’autostrada spostata di un bel po’. Percorro quel pezzo di autostrada tutti i giorni e ogni giorno noto dei cambiamenti. Ai miei occhi di italiana, abituata ai tempi dilatati dei lavori italici, tutto questo è incredibile.

Quando qualcosa viene distrutto per far posto a qualcos’altro ci sarà qualcuno che si dispiace (come gli Italiani del Third Ward), ma poi tutti si rimboccano le maniche e costruiscono qualcos’altro che possa diventare un nuovo simbolo e rimangono le foto a testimoniare il vecchio. In Italia con questa mentalità sarebbe rimasto ben poco a testimoniare la nostra storia e la nostra cultura, ma chi ha ragione secondo voi?

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2 pensieri su “Con gli studenti all’Italian Community Center

  1. Ho trovato questo post molto interessante.
    Purtroppo la storia insegna che l'uomo non è in grado di imparare dal proprio passato e il fatto che molti italiani vivono l' immigrazione come una piaga sociale lo dimostra ancora una volta. Se poi il futuro della terra è in mano a questa nuova generazione, andiamo bene… Pensare che ci sono talmente tante storie bellissime da raccontare su questo argomento, più o meno sullo stesso tenore della tua, che potrebbe uscirne una raccolta di racconti.

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  2. Grazie! si` sarebbe bello raccoglierle. Io cerco di non dimenticare quelle che mi vengono raccontate o anche solo la mia. Vivendo in un paese diverso da quello dove si e` nati e cresciuti e` molto facile dimenticare da dove si viene. Per quanto riguarda cio` che dici sull'immigrazione di oggi in Italia: e` facile dimenticare che sui barconi siamo sbarcati noi italiani..e non tanto tempo fa e che ci trattavano con sospetto…la storia si ripete, purtroppo troppo spesso nei suoi aspetti piu` negativi

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