La comunità italo-americana a Milwaukee: storie di successi oltreoceano

La comunità italo-americana a Milwaukee: storie di successi oltreoceano

pubblicato da Alessandria News i 9 marzo 2014
MILWAUKEE – Alcune settimane fa vi ho parlato del fatto che a Milwaukee non esista una Little Italy, dove si ha la sensazione di essere in Italia perché si sente parlare solo italiano come a Chicago, New York, Boston, San Francisco o anche Pittsburgh. In città però la presenza italiana è quanto mai vivace. Il centro della vita della comunità qui da molti anni è l’Italian Community Center. Il centro non ha invece lo stesso effetto catalizzatore su persone come noi, arrivati qui negli ultimi anni, anche se vale una visita e anche riflessioni che non si fermino solo alla superficie e che potrebbero portare a considerazioni sbagliate. Quando mio marito ed io arrivammo a Milwaukee da Pittsburgh, cominciando a scoprire la città, un giorno arrivammo al Third Ward, uno dei quartieri del centro, e ci trovammo davanti ad un edificio imponente con un grande simbolo che riproduceva i colori della bandiera italiana: l’Italian Community Center. Naturalmente entrammo e ci colpì il fatto che gli impiegati alla reception non parlassero italiano, che sembrassero più impiegati di un qualsiasi ufficio che di un centro di cultura italiana.

La prima volta che fummo invitati ufficialmente all’Icc fu per la visita del console Italiano di Chicago, alcuni mesi dopo. Non molte delle persone presenti in effetti parlavano la nostra lingua e l’unica bandiera italiana presente all’interno dell’edificio aveva lo stemma sabaudo. Era questa l’Italia che queste persone ricordavano? Capirete il nostro scetticismo! Con il senno di poi posso dire che la bandiera faceva sicuramente parte della collezione storica curata dall’archivista Mario Carini. Mario è la memoria storica della comunità, autore anche del libro Milwaukee Italians, the early years e curatore di una splendida collezione di fotografie storiche sulla comunità italiana, e la bandiera era stata messa in esposizione perché preziosa testimonianza storica. Certo che il ricordo della bandiera sabauda mi fa ancora ridere dopo tanti anni. Non male come benvenuto ad un ufficiale della Repubblica Italiana.

Quell’invito e l’accoglienza ricevuta però furono fondamentali per la nostra vita a Milwaukee, facendoci conoscere persone che sono diventate cari amici e hanno fatto totalmente sparire i nostri preconcetti a riguardo di chi si è trovato a vivere al di fuori dell’Italia, come noi, d’altra parte! E poi mai fermarsi alla prima impressione e dare giudizi affrettati, si sbaglia sempre! All’Italian Community Center ci sono persone che si danno un gran da fare per salvaguardare la memoria di tutti quelli che sono arrivati qui e durante l’anno organizzano mille attività sociali. Se non parlano italiano è perché, quando si viene a conoscere il trattamento riservato agli immigrati italiani, specialmente durante gli anni della seconda guerra mondiale e poi del dopoguerra, si capisce come l’integrazione, cominciando proprio dalla lingua parlata, fosse veramente essenziale per chi viveva qui. La lingua italiana, oggi associata a tutto ciò che di bello l’Italia può offrire a chi la visita, allora era associata a sporco, ignorante e WOP(without paper: senza documenti), epiteto coniato per definire un immigrato italiano, specialmente dal sud Italia, e molto simile al suono della parola guappo.

Grazie alla nostra visita all’Icc quel giorno scoprimmo che le due università principali della città,University of Wisconsin-Milwaukee e Marquette University hanno corsi di italiano e pure in alcune scuole pubbliche elementari e superiori della zona viene insegnata la nostra lingua. Mentre a Marquette il programma lo stiamo ancora sviluppando ora dopo 15 anni (allora non avrei immaginato di andarci ad insegnare qualche anno dopo), a Uwm avevano e hanno una laurea in Italiano e un dipartimento molto grande. Il binomio Italia-Milwaukee è come potete vedere, quanto mai vivo.

Quel giorno incontrammo uno dei professori di italiano di Uwm, Larry Baldassaro, e tramite lui venimmo a conoscenza di un gruppo di italiani che si riunivano per amicizia e per diffondere la cultura italiana a Milwaukee. Per far parte del gruppo il requisito era parlare o almeno capire l’italiano. Ad ogni incontro si parlava di un aspetto della cultura italiana: dalla moda, all’opera, dal Palio di Siena, alla produzione dell’olio d’oliva. Ognuno di noi si prendeva un argomento, lo studiava e preparava una relazione da presentare al pubblico naturalmente in italiano Tra cultura, musica e cibo ci siamo anche cimentati in una sfilata di moda, ma soprattutto ci siamo divertiti un mondo e tramite il gruppo che faceva da catalizzatore, abbiamo scoperto che di italiani qui a Milwaukee ce n’erano e ce ne sono proprio tanti.

Alcuni sono come noi, arrivati per trasferimenti di lavoro e carriera negli ultimi anni, ma altri sono qui da anni, da generazioni e nonostante tutto, anche se magari non parlano la lingua, hanno un amore e un orgoglio per il paese dei loro avi che fa effetto, specialmente perché, all’opposto, in Italia ultimamente si tende a denigrare tutto. Abbiamo costruito molte amicizie in quel periodo, quando ci sentivamo anche un po’ soli per aver lasciato dopo pochi anni un altro luogo pieno di memorie felici, Pittsburgh.

Non è sempre vero che gli italiani all’estero cerchino solo altri italiani come dichiarava un articolo del Fatto Quotidiano di alcune settimane fa, articolo superficiale e pieno di luoghi comuni. Abbiamo e abbiamo sempre avuto amici, senza aggettivi che ne definiscano la nazionalità. Di certo la barriera lingua (anche se parlavamo già bene l’inglese ci era ancora difficile scherzare e apprezzare le battute nella nostra seconda lingua) faceva sì che fosse più facile relazionarsi con persone con un vissuto simile al nostro.

Tra gli amici conosciuti allora, Christina e Joe hanno un posto particolare perché da loro siamo stati “adottati”: ci hanno aperto le porte della loro casa, facendoci sentire parte della loro famiglia e con loro stiamo condividendo momenti belli e brutti della vita, perché la vita è così: si può ridere e piangere, ma è più bello in un caso e sopportabile nell’altro se si fa insieme a famiglia o amici su cui si sa di poter contare. Christina è la mia sorella maggiore americana ed è anche stata la mia prima studentessa di italiano. Con lei ho anche condiviso uno dei momenti più scioccanti della storia recente: l’attacco dell’11 settembre 2001, stringendoci la mano senza poter parlare, davanti alla diretta in Tv. Era venuta da me per la sua lezione e c’era appena stato il primo aereo che aveva colpito una delle torri, non si sapeva ancora se si trattasse di un incidente o cos’altro. La televisione in casa era accesa e il secondo aereo ci ha trovate così.

I genitori di Christina e Joe arrivarono dall’Italia negli anni Venti e la loro è la storia del successo e della perseveranza. Il papà di Joe, che è mancato l’anno scorso a più di 100 anni, è l’emblema di una storia pulita e di successo. Da piccoli lavoretti per mantenersi agli studi, al diventare un avvocato importante per la comunità italiana di Milwaukee, è stato un uomo generoso e integerrimo. La famiglia di Joe ha sempre mantenuto i contatti con i parenti italiani, nonostante le difficoltà degli anni della guerra e del dopoguerra, quando avere contatti con l’Italia aveva come conseguenza l’essere considerati diversi, al meglio, o nemici, al peggio. Infatti a Joe e Christina i loro genitori si erano guardati ben bene dall’insegnare la lingua dei loro avi, che parlavano fitto fitto solo in casa tra di loro, per non farli sentire diversi dai compagni ed è per questo motivo che Christina mi aveva chiesto di insegnargliela.

Le figlie di Joe e Christina invece hanno studiato italiano a scuola e poi all’università e lo parlano come se fossero nate e vissute in Italia: Angela e Maria per me sono l’emblema di quanto si possa essere orgogliosi delle proprie origini nonostante il loro passaporto sia americano. Angela è anche alessandrina di adozione: ha vissuto ad Alessandria per un anno lavorando per l’Università Avogadro e mi sa che parla anche dialetto!

Ma questa è un’altra storia e ve la racconterò un’altra volta.

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