Con gli studenti all’Italian Community Center

Pubblicato da Alessandria News 30 marzo 2014
MILWAUKEE – Una sera ho portato i miei studenti del corso di cultura italiana all’Icc (Italian Community Center) per incontrare Mario Carini. Vi ho già parlato di lui, lo storico dell’associazione e lui stesso autore di un bel libro sull’immigrazione italiana qui a Milwaukee, intitolato Milwaukee Italians, The early years (questa foto è sta tratta dalla quarta di copertina e rappresenta alcuni immigrati approdati a Milwaukee, mentre si imbarcano sul piroscafo Duca di Savoia a Napoli). Portare i ragazzi ad incontrarlo è secondo me, ma anche secondo chi riesce a fare questa esperienza con me, una delle esperienze più interessanti del semestre.

Purtroppo il tempo che abbiamo a disposizione durante la normale lezione non ci permette di raggiungere il centro, ascoltare Mario e tornare in tempo perché i ragazzi possano andare alla loro lezione successiva, allora l’incontro con Mario diventa un evento “extra credit” e non obbligatorio, e non tutti ne possono approfittare. Ho ventotto studenti in quella sezione e molti lavorano la sera, non troverò mai una sera in cui tutti possano esserci. Peccato, perché chi fa da quella esperienza ne esce cambiato, che sia di origini italiane o no.

Gli Stati Uniti sono un crogiolo di popoli e le difficoltà degli immigrati italiani sono le stesse che hanno dovuto incontrare polacchi, irlandesi, tedeschi, cinesi , messicani e tutti gli altri, a qualsiasi gruppo etnico appartenessero. Per questo motivo quando Mario esordisce dicendo “ragazzi pensate ai vostri antenati e pensate che quello che vi racconto io, lo hanno passato anche loro” di certo attira la loro attenzione.

E di certo noi italiani, anche se siamo in Italia e non siamo emigrati, conosciamo qualcuno della nostra famiglia o dei nostri conoscenti che è andato a vivere lontano, se non negli Usa , come molti del Sud Italia, in Argentina o Brasile, come molti piemontesi e altri abitanti del Nord Italia. E se stiamo vivendo all’estero, come sta capitando a me o molti altri nuovi emigrati dei giorni d’oggi, chiamiamoci pure Expat che fa fine, di sicuro sentendo della vita e delle condizioni che hanno dovuto sopportare i nostri predecessori, prima di “farcela”, ci sentiamo molto privilegiati.

Da quando insegno questo corso di cultura la mia mente si è aperta e sono diventata molto più attenta e rispettosa degli altri, di tutti gli altri, e tutto perché è aumentato enormemente il mio rispetto per chi lascia tutto (o anche niente, ma un niente conosciuto) dietro di sé. Ma ci pensate? Mettetevi nei panni di questi italiani di 100 anni fa, che non sapevano neanche leggere o scrivere in italiano, men che meno lo sapevano fare in inglese, che spendevano tutto quello che avevano per un biglietto di piroscafo, alcune volte per fare un viaggio in terza classe, ma il più delle volte nella stiva, perché era quello che si potevano permettere.

Ci impiegavano 2 o 3 settimane ad arrivare qui, vivendo nella puzza, loro e dei compagni di viaggio, senza docce e con poche latrine per molte persone. Quando arrivavano, e il più delle volte era ad Ellis Island, l’isola simbolo dell’emigrazione negli Stati Uniti nella baia di NY, sede della dogana e del censimento degli immigrati, venivano esaminati come delle bestie: denti, pelle e tutti gli altri possibili orifizi, nudi come mamma li aveva fatti, in fila, separati dai loro familiari e se non andavano bene, se non erano in perfetta salute, venivano rispediti indietro senza tanti complimenti.

Naturalmente dovevano dimostrare di avere di che sopravvivere e di essere stati chiamati, cioèdi avere un lavoro ad aspettarli o un familiare giù negli Usa. Così se non c’era davvero un familiare, c’era “il padrone” e di solito finivano a vivere in specie di convitti dove venivano stipati in letti a castello, ma stavano comunque meglio di come stavano prima perché avevano da mangiare, cosa che non era una certezza nella vita precedente. Gli italiani erano mal visti, venivano considerati sporchi e non proprio di razza bianca, solo di un piccolo gradino superiori ai “negri”, ma solo perché erano i classici muli da soma, lavoravano e lavoravano, sopravvivendo di poco o niente. Eppure facendo così già riuscivano a mandare in Italia soldi necessari a fare stare meglio chi era rimasto indietro, che fossero genitori o mogli e figli.

L’anno scorso, ho avuto la fortuna di tradurre delle corrispondenze in italiano, datate 1927, di una madre ai figli negli Usa. Capire l’italiano di quella signora non è stato facile neanche per me. Nella lettera molti erano i termini dialettali e, come tutti noi sappiamo, in Italia abbiamo migliaia di lingue e dialetti e molte volte basta fare 20 km per trovarsi di fronte a una parola che non capiamo. Il senso della missiva però non lasciava alcun dubbio. La madre in Italia si lamentava con uno dei figli perché il fratello di costui, invece di mandare indietro i soldi a lei se la spassava con le donne, facendosi vedere nei bar, con questa e quella, a spendere e spandere. A parte il fatto che la madre dall’altra parte del mondo sapesse che uno dei figli se la spassasse, quindi che il tam tam delle malelingue funzionasse anche allora benissimo, nonostante internet, email e twitter fossero ancora un po’ in là dal venire, la considerazione da fare è che i figli ce l’avevano fatta! Erano ormai nella condizione di avere soldi da spendere nella nuova società.

E questo è quello che effettivamente è capitato. Arrivati nel nuovo mondo, lavorando e lavorando, gli italiani in due generazioni sono passati da lavoratori nelle miniere, nelle ferrovie a ovest o a raccogliere spazzatura, alla classe media. Le leggi degli Stati Uniti hanno obbligato i padri a mandare i figli a scuola, la prima generazione a saper leggere e scrivere. I figli sono diventati (dalle parole di Mario) “la finestra degli immigrati sul mondo nuovo”, le donne hanno cominciato a lavorare fuori casa, incontrando nuova gente e non sposando solo più per corrispondenza o nella immediata cerchia di conoscenze

Poi i nuovi “americani” mangiavano carne e, da piccoli e rachitici, in due generazioni aumentavano la loro altezza di parecchi centimetri e molto prima degli Italiani in Italia che, causa guerre e povertà, non vedevano questo cambiamento fino a molti decenni dopo. Si può dire che è la mia la prima generazione in Italia a essere stata cresciuta a suon di fettine, le bistecche tanto care a mia mamma, e io sono nata negli anni ’60.

Le foto che Mario ha raccolto in tutti questi anni mostrano nelle immagini, la storia dell’essere arrivati. Fotografie fatte per essere spedite indietro in Italia, fotografie che nelle immagini dovevano essere come lunghe lettere per chi le riceveva e non sapeva leggere. Le signore appaiono tutte con manicotti di pelliccia, colli di pelliccia e guanti di pelle (uno status symbol, da signori) , gli uomini con orologi con la catena che esce dal panciotto, cappotti lunghi e capelli impomatati. Un’altra categoria di foto a dimostrare una nuova visibilità sociale sono quelle dei matrimoni: sfarzosi, con le spose con vestiti degni di principesse, grandi bouquet, torte giganti e chiese decorate di fiori. La torta di una delle foto è un vero capolavoro (un po’ kitch, ma non ne avevo mai viste così e degli anni ’20): sopra la parte edibile, c’era una gabbia fatta di merletto inamidato, contenente due colombe da liberare prima del taglio.

Tenerissime sono le foto dei neonati, con un particolare a cui non avrei mai pensato se Mario non lo avesse fatto notare. Molti dei maschietti hanno il pisellino all’aria, ben visibile, mentre le femmine sono tutte rigorosamente vestite con cuffiette e abitini sotto il ginocchio. Perché? Bene, immaginatevi di non sapere leggere. Ricevete una foto del parente lontano con prole… ehm, come fate a sapere se ha avuto una femmina o se ha avuto l’erede maschio… basta guardare lì!

Insomma una storia fatta di immagini, di certo, che allora avevano uno scopo: dimostrare di avercela fatta. In alcune il protagonista ha tra le mani un libro (voleva dire che aveva imparato a leggere) in altre c’è una festa di carnevale (e chi poteva mai andare a feste o balli nel sud Italia contadino e semi feudale) . Altre ancora fanno vedere casette ordinate e bianche con tante finestre, cosa che nel sud si potevano sognare, visto che le case dei contadini erano solitamente costituite da una stanza senza finestre, dominata da un enorme lettone dove tutti vivevano e dormivano: animali a terra, persone sul letto e neonati a penzolare da cesti appesi al soffitto. Mario dice che nel Sud non cucinavano neanche in casa e che quindi avere una cucina qui era una cosa totalmente nuova. Però ha aggiunto anche che sua nonna viveva letteralmente nel terrore, perché le case qui sono costruite di legno e il suono delle sirene dei pompieri era una costante. Ogni mese c’erano almeno 3 incendi e come già detto per Chicago, anche a Milwaukee un grande incendio distrusse gran parte del Third Ward (dove gli italiani abitavano).

In classe abbiamo considerato le storia degli immigrati italiani nei diversi periodi e nelle diverse città. In alcune la comunità italiana era di lunga data e di grande successo, come a San Francisco, dove i nomi italiani sono comuni a ogni americano, come Del Monte, marchio conosciutissimo in tutto il mondo per la frutta, verdura, scatolame e molto altro o la banca più importante degli Stati Uniti, la Bank of America, originariamente Bank of Italy. In altre città abbiamo potuto fare considerazioni molto meno positive, come per New Orleans, dove gli italiani avevano preso il posto degli afroamericani nelle piantagioni di cotone e canna da zucchero e dove c’è stato il più grande linciaggio di italiani della storia degli Stati Uniti.

A Milwaukee, Mario ha detto che gli italiani non sono stati discriminati. D’altra parte questa è una città che ha avuto tra le sue prime comunità quella tedesca e quella polacca, e quando i polacchi hanno fatto loro il passo verso la borghesia, allora sono stati gli Italiani a prendere il loro posto, ma i vari passaggi non a così tanta distanza da rendere i precedenti abitanti immemori di ciò che avevano appena finito di provare loro.

Le foto della collezione si fermano alla fine degli anni 50. Dopo, la comunità italiana ha subito la diaspora di cui vi ho parlato alcune settimane fa nell’articolo La Milwaukee Italiana a causa della demolizione della chiesa fulcro della vita del quartiere. Guardare le foto di Milwaukee allora e pensare a quanto è stato distrutto per fare posto a una autostrada elevata che ha in pratica diviso la città nelle aree attuali è triste. Ma gli americani sono così per esempio con pochi mesi di lavoro stanno cambiando i connotati ad un’area della città più vicina a casa mia, solo per rimodernare un altro svincolo autostradale che collega la zona degli ospedali universitari. Alcune colline sono state appiattite, ponti costruiti e l’autostrada spostata di un bel po’. Percorro quel pezzo di autostrada tutti i giorni e ogni giorno noto dei cambiamenti. Ai miei occhi di italiana, abituata ai tempi dilatati dei lavori italici, tutto questo è incredibile.

Quando qualcosa viene distrutto per far posto a qualcos’altro ci sarà qualcuno che si dispiace (come gli Italiani del Third Ward), ma poi tutti si rimboccano le maniche e costruiscono qualcos’altro che possa diventare un nuovo simbolo e rimangono le foto a testimoniare il vecchio. In Italia con questa mentalità sarebbe rimasto ben poco a testimoniare la nostra storia e la nostra cultura, ma chi ha ragione secondo voi?

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Cucinando

 la ricetta e` tradizionale della mia citta` Alessandria e nella foto mi vedete mentre li preparo ..purtroppo non ho foto del prodotto finito.
Rabaton ( o Rabattoni) ricetta di mia suocera
ingredienti:
1 kg di spinaci surgelati
7-8 hg di ricotta
3 manciate di parmigiano reggiano
1 manciata di pangrattato
1 manciata di farina
3uova intere
sale pepe
le dosi non sono precise, ma e` come si tramandavano le ricette un po’ di tempo fa e dipendono dalla consistenza dell’impasto, che sara` sempre un po’ appiccicoso ( guardate le mie mani!) ma non deve disfarsi
andiamo con ordine
cuocete gli spinaci e strizzateli benissimo lasciandoli sgocciolare piu` che potete per eliminare tutta l’acqua. amalgamate tutti gli ingredienti e formate con le mani degli gnocchi che poi passerete in farina. fate bollire gli gnocchi e quando vengono a galla ( come gli gnocchi di patate) metteteli in una teglia da forno, precedentemente imburrata. condite con parmigiano e fiocchetti di burro e infornate sotto il grill. quando fanno una bella crostina sono pronti. Piatto tradizionale di Natale, ma buono sempre

Perche` si studia italiano negli USA?

Life

Lingua italiana: la passione degli studenti Usa

pubblicato da Alessandria News il 23 marzo 2014

MILWAUKEE – Come molti di voi ormai sapranno, insegno lingua e cultura italiana all’università. Mi ha sempre incuriosito sapere il motivo che spinge i miei studenti ad imparare una lingua come l’italiano, che facile non è, come grammatica, e soprattutto non è parlata molto al di fuori dei confini della nostra penisola. Per rompere il ghiaccio, il primo giorno di lezioni a settembre, ci presentiamo e una delle domande che faccio ai ragazzi è spiegare il motivo per cui hanno deciso di studiare italiano. Devo dire che apprezzo la loro sincerità, perché non credo che alcune delle risposte che ricevo sarebbero mai scese dal cervello alla bocca in una scuola italiana.

Molti di loro non sanno niente dell’Italia, magari si trovano un cognome italiano, ma se sono da me è perché non sanno niente della lingua, cioé a casa hanno smesso di parlare italiano nella notte dei tempi. Sì, i cognomi italiani abbondano e, se non sono chiaramente riconoscibili dal cognome, molti di quelli che studiano italiano lo fanno perché sono di origini italiane e vogliono riappropriarsi della lingua dei loro avi. Questo non gli fa che onore.

Se studiare italiano perché si é di origini italiane è una ragione ben valida, chi sono gli altri e perchè si buttano nel vespaio della nostra grammatica? La seconda categoria di studenti appartiene a chi vuole andare a studiare un semestre all’estero e quell’estero è l’Italia. La mia università è collegata a due università americane a Roma (John Cabot e John Felice), un’università americana a Firenze (Gonzaga University) e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Mentre fare due o quattro semestri di lingua straniera (a seconda degli indirizzi di studio) è obbligatorio da noi, non è obbligatorio scegliere di fare italiano per andare a fare un semestre in Italia. Se così fosse saremmo la lingua straniera più studiata a MU, perché l’Italia è una delle destinazioni preferite per fare quell’esperienza. Tanto di cappello allora per chi decide che parlare la lingua del posto dove si decide di vivere, anche se solo temporaneamente, è una forma di rispetto e di integrazione, che permette di assaporare pienamente tutti gli aspetti della cultura ospite.

Altri studenti si accostano all’italiano perché sono stati in Italia per vacanza con la famiglia e si sono innamorati del nostro Paese, vogliono imparare la lingua per tornarci. Altri ancora hanno amici di famiglia italiani che gli hanno fatto amare la loro italianità, tanto da invogliarli a scoprire di più della nostra lingua e cultura. Poi c’è la categoria di chi è di madre lingua spagnola, o è stanco di studiare spagnolo, ha fatto spagnolo alle superiori e pensa di vivere di rendita prendendo una A (il massimo dei voti) senza troppi sforzi. Purtroppo per loro (e questo lo scoprono presto) se non studiano, la A non la prendono di certo, anzi molte volte sono i peggiori studenti.

L’ultima categoria è quella degli studenti che ammettono di avere bisogno di crediti di lingua per laurearsi e hanno basato la loro scelta su… non lo sanno neanche loro, sono in classe per caso. Risvegliare l’interesse in questi ultimi e` “la sfida”.

Tutto quello che ho scritto fin qui è a proposito di chi fa i corsi di lingua, perché chi fa il corso di cultura ha ragioni diverse. Essendo il corso di cultura sulla storia della cucina italiana, alcuni pensano di fare un corso dove si mangia tutti i giorni… le parole “studente” e “fame” sono legate indissolubilmente. Gli studenti hanno sempre fame! Molto sta al fatto che sopravvivono mangiando alla mensa che è “a la carte” e costa come andare a mangiare da Guartiero Marchesi. Si può scegliere quello che si vuole, ma i soldi vengono sottratti dall’ammontare determinato all’inizio dell’anno e chiamato meal plan. Visti i costi proibitivi dell’università pensavo che i soldi per il mangiare fossero illimitati, invece sembrerebbe di no, altrimenti non si capirebbe come mai molti studenti abbiano nelle loro camere dei forni a microonde e sopravvivano a Ramen Noodles, pacchetti di pasta stile cinese, a cui aggiungere acqua, dal costo irrisorio (50 cents), ma un concentrato di sodio e conservanti. Anche gli amici di mia figlia, già al college, lo confermano.

I miei studenti del corso di cultura, una volta superata la delusione del fatto che non sia un corso di cucina, cominciano ad apprezzare e capire la nostra cultura e la cosa più bella è ricevere le loro email, dopo che il corso è finito, in cui mi ringraziano per aver loro insegnato la cultura dietro al cibo che mangiano (in generale) e a capire tanto durante i loro viaggi in Italia. D’altra parte il cibo è un aspetto molto importante della nostra cultura.

L’ultima categoria di studenti che fanno italiano sono i più motivati. Sono coloro che hanno deciso di prendere un minor in Italiano. A questo punto molti di voi si chiederanno cos’è. Il minor è una seconda disciplina che si può scegliere nelle università americane, mentre il major è la disciplina principale. Quando ci si laurea da undergrade (dopo 4 anni di college), si può scegliere molto: alcuni studenti si laureano con un major, ma altri con due o anche tre e un minor. Per chiarirvi un po’ le idee ho trovato questo documento interessante a proposito, se avete voglia di leggere un po’.

Nella mia università offriamo un minor di italiano. Rispetto al major, un minor richiede anche meno crediti e visto che il nostro dipartimento è piccolino per noi già avere il minor è un successo. Due degli studenti che stanno adesso facendo il minor sono stati coloro che ho intervistato specificatamente per questo articolo. Ne è derivata una conversazione in Italiano sui motivi che li hanno spiinti ad intraprendere lo studio della lingua e cultura italiana: Anna, di famiglia italiana ed Adam, che di origini italiane non ne ha, ma di motivazioni tante. La mia prima domanda naturalmente era rivolta a sapere il motivo per cui avevano scelto l’italiano arrivando all’università e la risposta di Anna è stata perché la sua famiglia è italiana, ma anche perché studia archeologia e arte e l’Italia rappresenta uno dei luoghi al mondo dove la storia e l’arte sono più evidenti. Adam invece è venuto a contatto con la lingua perché uno dei più cari amici del padre era italiano e lo chiamavano zio.

Nessuno dei due sapeva niente o quasi della lingua, per Anna solo poche parole, apprese dal nonno che parlava italiano, mentre il papà no e la mamma è greca e parla la sua lingua madre. La motivazione a continuare ad Adam l’hanno data le lezioni del primo anno di lingua da noi, che lo hanno spinto a scegliere di continuare e poi a decidere di continuare con il minor.
Entrambi sono stati in Italia a studiare.

Adam ha trascorso sei settimane intensissime alla Cattolica la scorsa estate per il programma estivo. Ci siamo anche trovati a Milano quando sono andata in università ad incontrare le persone con cui abbiamo gli scambi e i colleghi di italiano per stranieri. L’ho trovato soddisfatto e perfettamente a suo agio ed il suo italiano così migliorato in poco tempo perchè a Milano, essendo un’università italiana, gli studenti stranieri che vanno a studiare lì arrivano da tutto il mondo, sono inseriti nella vita cittadina, e la lingua comune è l’italiano non l’inglese. Per necessità ha imparato tantissimi nuovi termini ed espressioni che ha “portato a casa” negli Usa.

Anna aveva scelto Roma, l’università John Cabot. Roma è la città eterna e una persona che studia archeologia, storia e arte non può chiedere di meglio. Per Anna l’esperienza linguistica non è stata così positiva. Dalle sue parole “Roma è troppo piena di stranieri e persone che parlano inglese” e poi aveva già fatto troppi corsi di lingua da noi e l’università dove si è trovata non offriva corsi di italiano così avanzati perché lei potesse usare quei crediti. Anna ha trascorso un semestre a Roma senza studiare italiano.

Alla conversazione ha partecipato anche Angela, che andrà in Italia il prossimo semestre, è di cittadinanza italiana, anche se nessuno in famiglia parla italiano e lei è la prima che lo studia, ed ora sta frequentando il mio corso di cultura. Allora ho chiesto ad Angela e Anna, visto che anche lei è nel corso di cultura, che cosa stanno trovando interessante della cultura italiana che stiamo considerando durante il corso. Nessuna delle due aveva idea di come il cibo racconti così tanto delle vicende storiche di un popolo e hanno fatto la considerazione che è una novità per loro apprendere come sia la musica sia la letteratura e l’arte abbiano preso il cibo come riferimento e come da esso si capiscano così tante cose del popolo italiano.

Adam non ha ancora fatto il mio corso di cultura, ma ha frequentato corsi di cinema e letteratura italiana, quindi la sua partecipazione alla discussione è stata molto interessante. Nonostante avessi già ricevuto abbastanza informazioni da Angela, Adam e Anna, ho voluto capire se e come le motivazioni a studiare l’italiano fossero cambiate nei miei studenti di lingua dopo quasi due semestri di studio.

Parte del programma dei nostri corsi è rappresentata da scambi linguistici con madrelingua italiani. Grazie a skype e al nostro laboratorio linguistico sono anni che mettiamo in contatto i ragazzi con chi in Italia sta imparando l’inglese. Gli scambi sono fatti per metà in inglese, dove lo studente americano funge da aiuto per l’italiano, per metà in italiano dove succede il contrario. Le due lingue devono rimanere ben distinte e mai mescolate. È logico quindi che, per stimolare possibili argomenti di conversazione, parte della preparazione che diamo ai ragazzi è culturale. Gli insegnamo dell’educazione, dei negozi, delle feste, degli sport, della sanità. Quando ho chiesto loro che cosa trovassero diverso in Italia rispetto agli Stati Uniti, molti di loro hanno ricordato delle cose dette e strane per loro, il fatto che molti negozi chiudano per pranzo, che al lunedì quasi tutti i parrucchieri siano chiusi, che di notte ci siano le farmacie di turno e che sia le università che la sanità siano pubbliche e che costino molto, ma molto meno che qui.

Sarà interessante sentirli parlare quest’anno, ancora di più perchè gli scambi avverranno con l’associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria. Un modo per me per rimanere legata alla mia città d’origine e spero per i miei studenti per capire che l’Italia è fatta di tante realtà che non sono Milano, Roma, Firenze e Venezia, ma sono altrettanto interessanti.

(fotografie per gentile concessione del programma di studio VIA@MU di Maquette University)

Un post fatto di …..

Il blog langue, lasciato al suo destino da una settimana, senza nuovi post da leggere per voi, senza alcuna novita` da parte mia. Veramente di novita` ce ne sono sempre, belle o brutte che siano, ma non voglio che questo blog si tramuti in un diario semi quotidiano, pieno di notizie di cui non importa niente a nessuno.
Tanto per….scrivere qualcosa.
Se non ho pubblicato niente e` anche perche` sto tenendo alcune idee per il giornale e ho scritto per i miei lettori di Alessandria News.
Scrivere per loro, alla fine, e` stato il motivo per cui ho cominciato a prendere carta e penna virtuali, quindi devono avere la mia priorita`. E` anche vero che uno dei motivi dell’esistenza di questo blog era perche` aspettare che la domenica i miei articoli venissero pubblicati mi cominciava a stare stretto, pero`, alla fine,molte settimane finira` che, per mancanza di tempo, a malapena riusciro` a tener dietro ai miei doveri di reporter.
Poi, non e` che la mia vita  a Milwaukee, Wi , sia ogni giorno piena di avvenimenti eccitanti e degni di nota…ahime`…. se volete, vi racconto dell’eccitazione nel comprare il prosciutto cotto “Italian style”, made in Canada. Scommetto che vi interessa, vero?
Oggi allora mi limito a suggerivi alcuni dei blog e siti  che sto leggendo io in questo periodo e che trovo interessanti per motivi diversi: magari non li conoscete ancora.
Il primo e` un blog, di una persona che non fa parte del gruppo di expat, o per lo meno non credo, che ho scoperto da poco e mi piace parecchio: e` Nine hours of separation di Silvia Pareschi segui il link. Silvia e` traduttrice letteraria a San Francisco e di lei mi piacciono soprattutto i post sui numerosi falsi amici esistenti tra la lingua italiana e inglese, le brutture che si dicono non conoscendone il vero significato.
Questo invece e` il link per il sito I Fiori del Malequi. E` un sito letterario, che ha tra i suoi collaboratori nomi di tutto rispetto e per questo non ha bisogno di alcun commento da parte mia, troppo interessante. Ve lo consiglio.
Ecco invece Mordi e Fuggi segui, , un blog dove ci sono tutti i modi di dire ad argomento cibo, che fanno impazzire gli stranieri , ma che per noi sono ormai nel linguaggio quotidiano. D’altra parte i modi di dire sono ostici in ogni lingua. In inglese per esempio, vi ricordate la prima volta che avete sentito l’espressione”it’s raining cats and dogs” o “kitty’s corner” ( per un po’ ho pensato che la persona che abitava nella casa indicata si chiamasse Kitty! )
A proposito di cibo, ecco un blog scoperto mentre cercavo  una ricetta per usare nocciole e cioccolato Dulcis in Furno. questa torta e` fantastica!
Vedo ora che ho saltellato disinvoltamente dal cervello alla pancia, dal linguaggio e dalla letteratura alle ricette, ma non e` vero che entrambi hanno bisogno di nutrimento?
Avete dei siti da consigliarmi? Aspetto vostri suggerimenti! Buon sabato.

Critica cinematografica? ..divertendomi un mondo!

Film italiani in Usa: ecco la scelta

pubblicato da Alessandria News il 16 marzo 2014
MILWAUKEE – Da due anni faccio parte della commissione che sceglie i film per l’Italian Film Festival di Milwaukee. È un’esperienza irripetibile per chi come me vive lontano dall’italia. Dico questo anche un po’ egoisticamente, perché così posso vedere tanti film che altrimenti rimarrebbero nel mondo dei desideri. Leggendo quotidiani e recensioni italiane, e guardando la Tv, molte volte mi é capitato di sentire forte il desiderio di essere seduta in un cinema italiano per vedere un film o l’altro e quest’anno in particolare posso dire di aver visto molti dei film della mia lista personale. Siamo in quattro nella commissione, più, non ufficialmente mio marito, qualche volta volontario qualche volta costretto a guardare un determinato film.

L’Italian film festival è una bellissima iniziativa che coinvolge diverse città degli Stati Uniti. È un festival che si svolge nel mese di aprile e può durare da un weekend ad un mese a seconda del numero dei film proiettati, che a sua volta dipende dalla generosità e dal numero degli sponsor che pagano i diritti di visione. Le proiezioni sono gratuite per il pubblico che può lasciare una donazione per coprire i costi “vivi” quali teatro , elettricità, personale di sicurezza, di proiezione e la pulizia dei locali. Tutti gli altri lavori sono coperti da noi volontari (dovrò prima o poi scrivere su come moltissimo qui negli Stati Uniti si basi sul volontariato e sulla generosità delle persone). Al pubblico viene anche dato un breve questionario in cui può fare anche la sua scelta sul migliore film. Si vedono spettatori che arrivano pronti per la visione dei tre film che vengono proiettati ogni giorno, cioè dotati di viveri e bevande! E che ritornano i giorni successivi. Sono loro i migliori critici e i nostri aficionados.

Qui a Milwaukee facciamo sempre fatica a racimolare i fondi e quindi a poter scegliere i film senza dover pensare ai costi, ma non per questo non ci mettiamo tutto l’impegno possibile. Da novembre a marzo ci vengono inviati molti screeners di film italiani, quest’anno ne avrò visti una trentina. Alcuni film sono recentissimi, alcuni possono essere anche dei due anni precedenti, ma intanto per noi sono sempre nuovi! Una bella scorpacciata di cinema italiano. E quest’anno la scelta è stata particolarmente difficile perché di film belli ce n’erano molti e molti diversi dal solito stereotipo già stravisto.

L’anno scorso invece era stata una pena scegliere tra commedie mediocri con trame simili e poco edificanti: il solito uomo che stanco della moglie o fidanzata fa le corna alla suddetta… quante volte lo abbiamo visto? Anche il sequel di un film da morire dal ridere comeBenvenuti al sud, cioè Benvenuti al Nord mi aveva deluso moltissimo! Avevamo fatto fatica a decidere la rosa finale, ma in questa c’era una vera chicca: il filmTerraferma. Se non l’avete visto ve lo consiglio. È la storia di due donne, storie parallele che si incontrano. Una di esse vive a Lampedusa, l’altra viene salvata da un pescatore dal naufragio di un barcone della speranza mezza morta e sul punto di partorire. Viene nascosta e dà alla luce un figlio. Si crea un’amicizia di sguardi, gesti sinceri e poche parole tra l’italiana e quella donna straniera che voleva raggiungere il marito in Germania, in un periodo dove gli immigranti venivano spediti indietro sul volo successivo. Questo film precede il disastro con più di 400 vite spezzate lo scorso ottobre, ma mi è tornato in mente quando molti pescatori dicevano di aver salvato molte vite la notte del naufragio. Terraferma fu scelto dal pubblico come miglior film l’anno scorso.

Quest’anno, come ho detto,la scelta è stata difficilissima. Addirittura tra gli screener abbiamo ricevutoLa grande bellezza di Sorrentino che molto recentemente ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Film che è stato subito sottratto dalla rosa dei possibili film da far vedere non appena a gennaio vinse il Golden Globe, La grande bellezza verrà distribuito nelle sale americane per visione a pagamento. Eh beh, vorrei vedere! Volete sapere il mio giudizio su questo film, a parte la mia felicità quando qualsiasi cosa o persona italiana vince qualcosa? Non sono un critico cinematografico e baso i miei giudizi su sensazioni di “pancia”. Mi è piaciuto… così così: ho apprezzato la fotografia, ma non ho trovato originale il soggetto che ho trovato un rimpasto rievocativo de La dolce vita di Fellini con tutti i personaggi che sono caricature tragiche di se stessi e certe volte rischiano di diventare ridicoli. Alla fine quando ho letto un simile giudizio in www.ifioridelmale.it mi sono sentita rincuorata, perché mentre tutti inneggiavano al capolavoro, io pensavo ad altri film che hanno vinto l’Oscar, come La vita è belladi Benigni, che potrei riguardare all’infinito. Voglio dare alla La grande bellezza una seconda chance (non che del mio giudizio freghi niente a nessuno!) e me lo riguarderò più in là… lontano dall’abbuffata di film (miei) e di premi (suoi).

Della commissione io sono l’unica italiana, che quindi può più o meno essere influenzata anche se indirettamente da giudizi sentiti da amici o dall’aver letto il libro da cui il film era tratto, come mi è capitato con Acciaio” E sono anche l’unica che conosce bene la storia e i fatti degli ultimi 40 anni in Italia, a cui molti film ultimamente attingono. Quanti film bellissimi sono basati sui tragici anni del terrorismo e delle Brigate Rosse, vi ricordate Buongiorno Notte, di Marco Bellocchio? Paragonarsi e competere con un film così non è facile. Capirete allora come abbia iniziato scettica la visione di Alla scoperta dell’alba la cui scena di apertura è appunto l’omicidio di un professore da parte delle Brigate Rosse. Ecco, ci siamo, di nuovo. Invece il film mi è piaciuto moltissimo. Un po’ giallo, un po’ stile seduta spiritica, impossibile, ma intrigante e poi mi piace Margherita Buy.

Ma il film che mi è piaciuto di più è La prima neve. Sarà che mi sta sempre più a cuore l’integrazione, sarà che abito in un paese costruito sull’immigrazione, ma mi si scioglie il cuore a vedere la poesia di un film come La prima neve. Riusciremo mai a metterci nei panni di chi vede la neve per la prima volta e sente il freddo delle montagne, venendo dalle savane africane? E poi mi piacciono gli altoatesini, come i trentini e come tutti i popoli dellenostre montagne: ruvidi e scontrosi all’apparenza, ma generosi e sinceri dentro.

Ho voluto citare questi film perché i miei amici di Milwaukee non li potranno vedere. I costi per coprire i diritti di proiezione sono troppo elevati per le nostre tasche. Questo non vuol dire che non ne vedranno altri altrettanto belli. Dev’essere stato un buon anno per la cinematografia italiana! Nello scegliere abbiamo dovuto tenere conto anche di chi ci viene a vedere. Non pensate che solo gli italiani nostalgici di Cinecittà vengano al film festival. Moltissimi sono gli americani, e moltissimi sono gli americani che vengono per vedere l’Italia che hanno visto nei loro viaggi. L’Italia dei sogni non sarà molto rappresentata quest’anno e se lo sarà, sarà per scioccare: come in Teorema Venezia, documentario sulle navi da crociera in Laguna.

Altri film li abbiamo scelti per la loro attualità sociale che può rispecchiare la situazione americana, come la storia del film Gli equilibristi, che è la storia di un nuovo povero, che da una vita normale e agiata si trova a dormire in macchina perché non ha i soldi per una casa, in seguito ad un divorzio, ma che continua a lavorare e a nascondere la sua situazione a tutti finché l’intelligenza della figlia lo salva. Ma si riderà anche come in Reality e si gioirà (noi signore) nel vedere il sempre bello Raoul Bova in Buongiorno papà.

E che ne dite della nostra snobberia nell’eliminare nomi come Tornatore con La migliore offerta e Amelio con Il primo uomo? Entrambi film mi sono (ci sono, dovrei dire) piaciuti molto, ma di italiano hanno solo il regista, ambientazione ed attori non c’entrano niente con l’Italia. È come dire: faccio vedere ad un festival italiano il film The pursuit of happiness solo perché Muccino ne è il direttore. È un film americano! Adesso che la scelta è stata fatta, inizia il lavoro pratico di organizzazione, preparazione di brevi riassunti da leggere prima della proiezione dei film e cercare di richiamare qualche nuovo sponsor per magari potersi permettere un film da aggiungere alla scaletta. Chissà?

Il lavoro dietro le quinte continua: fino al weekend del 25-27 aprile. Se venite a Milwaukee, siamo a Uwm ( University of Wisconsin, Milwaukee) co-sponsor dell’evento. Venite a trovarci!