Sentirsi italiani a tavola-2

Sentirsi italiani a tavola

pubblicato da Alessandria News il 17novembre 2013
MILWAUKEE – Se andare al ristorante è sempre stato interessante, cucinare senza essere una gran cuoca ed abitutata ad avere la Findus come alleata, è stata agli inizi una bella prova. Quando sono arrivata a Pittsburghalla metà degli anni 90, una delle sfide da superare erano i viaggi al supermercato. Avendo in mente l’Esselunga o la Coop (quando sono partita da Alessandria quelle erano le opzioni presenti sul territorio), andare al Giant Eagle, il supermercato locale, era da depressione. Devo dire che ancora adesso, nonostante in 18 anni siano cambiate tantissime cose, quando torno dall’Italia e vado al supermercato ho un attimo di stordimento e di depressione, oltre a rischiare una polmonite vista la temperatura polare dei supermercati che ti obbligano al maglione anche quando fuori ci sono 40 gradi all’ombra. Dopo la mia famiglia e gli amici italiani, quello che mi manca di più dell’Italia è, devo ammetterlo, il supermercato.

Quando dico che in 18 anni sono cambiate molte cose, alla fine non so se sono io che sono cambiata e mi sono adattata, oppure se la cultura del viaggiare abbia fatto sì che più gente richieda prodotti che prima non conosceva e che ha provato all’estero. Adesso nei supermercati si trova molto, ma molto di più anche se mangiare bene costa molto di più che in Italia e questo purtroppo si porta dietro tutti i problemi di obesità che gli americani più poveri e meno coscienti della salute hanno. Se una bottiglia di Coca Cola da 2 litri costa un dollaro e una di acqua ne costa quasi il doppio, se un sacchettone di patatine fritte costa meno delle mele o altro frutto, non devo aggiungere altro. Chi è più povero guarda a riempire la pancia e se ne frega degli ogm o degli ingredienti in un cibo. Quando sono arrivata a Pittsburgh al supermercato non si trovava niente di italiano o usabile per cucinare italiano. Il parmigiano reggiano, la mozzarella, il prosciutto erano cose introvabili, se non in un’area di Pittsburgh, lo Strip district (chiamata così perché situata su una striscia – strip – di terra piatta vicino ad uno dei fiumi, cosa rara a Pittsburgh che è tutta su colline).

Lo Strip district è un posto unico: la destinazione dei sabato mattina per moltissimi abitanti di Pittsburgh e, per noi italiani, il luogo dove sentire parlare italiano, bersi un espresso e andare da Pennsylvania Macaroni, un negozio di cibi italiani e quant’altro di stereotipico italiano vi possa venire in mente: dalla t-shirt con la bandiera al grembiule con scritto “italians do it better” oltre a ceramiche di Deruta, si spera, e non made in China! Nonostante l’aspetto kitch e la pulizia non proprio spettacolare, Pennsylavania Macaroni è un posto unico che ci ha permesso di sentirci meno lontani da casa nei nostri primi anni statunitensi. Il salumiere parlava italiano e ti faceva assaggiare tutto prima di comprarlo (questa è una cosa comune in ogni supermercato… chiedi, assaggi, se ti piace compri altrimenti no o ripeti l’intero processo). Io ho assaggiato lì per la prima volta in vita mia la sopressata calabrese, il capicollo (o capicola) e sono uscita dal negozio con 2 pound/libbre di formaggio pecorino, pensando di averne comprati due etti… evviva le conversioni!

Comunque come ho già detto la settimana scorsa, dire Italia in cucina non vuole dire Piemonte. Mentre moltissimi piemontesi sono emigrati in Sud America (Argentina e Brasile) aPittsburgh e in gran parte degli Stati Uniti la maggioranza degli italiani viene dal centro e sud Italia. A Pittsburgh ci sono molte famiglie di origine abruzzese e calabrese. Quindi se comprare pecorino o salame significava farsi mezz’ora di macchina da casa per arrivare allo Strip district, trovare qualcosa di “nordico” era praticamente impossibile. Per non parlare di prodotti comuni sulle nostre tavole e sconosciuti totalmente lì come la bresaola o lo speck, lo stracchino, le robioline fresche o anche solo il prosciutto cotto! Se trovare gli ingredienti per cucinare non era facile, ancora più difficile è cambiare la propria mentalità ed adattarsi alla mancanza di cose che in Italia diamo per scontate. Il minestrone surgelato per esempio, qui non esiste (neanche ora), per mangiare il minestrone altro che 4 salti in padella, bisogna tagliare verdure per un’ora!

Milwaukee è subito stato diverso, anche perché noi eravamo già un po’ preparati o rassegnati, a seconda dei punti di vista. Forse perché vicina ad una grande metropoli come Chicago, da subito ci é sembrata più europea almeno nel mangiare. La città è considerata tedesca e polacca, tra i suoi prodotti più rinomati ci sono la birra, le salsicce e naturalmente i formaggi (il Wisconsin è considerato il maggior produttore di formaggi degli Stati Uniti). Qui fa molto freddo in inverno, ma la gente è molto aperta e cordiale (quasi a bilanciare il clima) e ha interesse a viaggiare. A Milwaukee sono arrivata 4 anni dopo il mio arrivo negli Stati Uniti, culinariamente un secolo dopo.

Alla prossima!

17/11/2013
Claudia Pessarelli – redazione@alessandrianews.it
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