Gli italiani nell’immaginario collettivo americano

Gli italiani nell’immaginario collettivo americano

pubblicato da Alessandria News il 24 novembre 2013
MILWAUKEE – Quando si impara una lingua straniera per prima cosa si imparano la grammatica e ci si costruisce un certo vocabolario, poi si è messi di fronte alla prova sul campo: dire quello che effettivamente si vuole dire e farsi capire! Che io e mio marito parlassimo con un accento strano non ci ha mai creato nessun problema, anzi.  Ancora oggi, nonostante i 18 anni di vita americana, il nostro inglese ha un accento straniero, come quello di tutti coloro che parlano, anche benissimo, una lingua non loro. Le mie orecchie sono sensibilissime nel riconoscere gli accenti degli altri e ancora mi domando come mai la mia lingua non sia in grado di riprodurre certi suoni che le mie orecchie sentono. Proprio ieri sera eravamo a cena con dei cari amici americani, dicevo qualcosa a proposito di noi tre e mio marito continuava a correggermi perché secondo lui dicevo “tree” (albero) invece di “three” (tre): aveva probabilmente ragione (diamogli la soddisfazione, in questo caso) e il problema è che quando parli non senti i tuoi errori!

La lingua inglese è piena di suoni che noi in italiano non abbiamo, parole in cui la lunghezza di una sillaba o l’insieme di vocali cambia il significato della parola, ma la cui pronuncia è alquanto simile, almeno per noi, quando dobbiamo usarle. Alcuni errori sono “innocui”: dire to feel (la doppia e si legge i, ma è una i un po’ strascicata e il verbo significa percepire) o to fill (in cui è la l la lettera tenuta un po’ più a lungo e il verbo significa riempire), ti può far guardare strano, ma non stai dicendo nulla di imbarazzante. Altre volte non si è così fortunati: potrei scrivere un libro sulle mie brutte figure e purtroppo, quando ti scavi la fossa da solo, è perché stai dicendo cose a innuendo sessuale o razziale. Ho mentalmente una lista di parole da cui mi tengo a debita distanza, e che nessuno provi a farmele dire! Certe volte faccio una faticaccia a circumnavigare il concetto senza usare una determinata parola, ma non la pronuncerei mai, neanche sotto tortura perché so che, nonostante tutti i miei sforzi, uscirebbe dalla mia bocca nel modo sbagliato!

Imparerò mai? Non credo: più probabilmente continuerò a stare lontana dalle solite parole aspettando al varco l’ignaro americano studente/amico che parla italiano quando toccherà a lui fare una figuraccia in Italiano, perché anche la nostra lingua non scherza! Comunque il mio accento viene considerato “cute” (carino) e va bene così. Basta che io apra la bocca in un qualsiasi luogo, dal negozio alla persona incontrata per caso, al tecnico che viene a riparare la caldaia, per esempio, e tutti a chiedere da dove. Sentendo “Italia”, la seconda affermazione è di solito che non l’avrebbero mai detto e pensavano fossi francese; al che vai a spiegare che vengo dal Piemonte, regione che confina con la Francia e che molti piemontesi hanno la “erre” arrotolata come i francesi, avendo noi una lingua autoctona che ha molti termini in comune con la lingua francese, per la nostra storia ecc. ecc. Altri, alla mia risposta, cominciano a raccontarmi del trisnonno materno o paterno arrivato da un paesino dal nome a me sconosciuto con un orgoglio incredibile.

Per tutti l’affermazione successiva è che l’Italia è il luogo che vorrebbero visitare o in cui vorrebbero tornare, se ci sono già stati. È perché essere italiani adesso è molto “cool” (di moda). Nell’immaginario collettivo siamo tutti parte di famiglie stile “Mulino Bianco”: possediamo casali o case antiche, viviamo in posti idilliaci, siamo belli, sexy ed eleganti, abbiamo tempo per cucinare manicaretti partendo da ingredienti primari e le nostre cene sono sempre a lume di candela con un bicchiere di vino in mano. Essere italiani è tanto “cool” che anche aziende insospettabili e che nulla hanno a che vedere con l’Italia usano l’italiano per le loro pubblicità.
C’é un’azienda locale, ma di importanza nazionale, che si chiama Kohler. Produce sanitari e rubinetteria. Per anni le sue campagne pubblicitarie televisive sono state in Italiano con sottotitoli. Ce ne sono di bellissime. La migliore secondo me è quella in cui c’è una signora anziana sul letto di morte con i figli intorno a lei. La signora, mentre i figli piangono, dice di non piangere perché nella sua vita ha fatto tutto quello che voleva (si vedono foto di lei e anche un quadro di cui lei è la modella), e la sua vita è stata lunga e felice… poi dall’altra parte della strada, vede ad una finestra una meravigliosa vasca da bagno Kohler e con un “maledizione” sulle sue labbra lascia questa vita… fare un bagno nella vasca Kohler… quello non lo aveva fatto… umorismo macabro, ma efficace.

Poi è arrivata la Fiat con la 500 e le sue campagne pubblicitarie sono isteriche… tutte giocano sullo stereotipo italiano… e tutte vanno a segno perfettamente… perché alla fine noi italiani siamo proprio così. La più simpatica è certamente quella in cui una coppia di americani va a comprare una 500 e il concessionario elenca tutti i dettagli europei che si possono trovare nell’auto. Alla fine quando i due notano che ci sono tre persone sedute sul sedile posteriore, il concessionario ribatte dicendo che la 500 ha tra le dotazioni, una vera famiglia italiana. La pubblicità prosegue con la progressiva trasformazione della coppia americana in veri italiani, dalla lingua alle abitudini fino all’aspetto. Alla completa trasformazione dei due americani, la famiglia italiana sparisce… ormai non serve più, la trasformazione è completa (clicca qui).

La pubblicità è lo specchio della società e nel nostro caso dimostra l’interesse che qui in America c’è per tutto ciò che dice “ Italia”. Approfittiamone, ma bene… Per favore!

 http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=aP9igyDI1QE

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