articolo pubblicato da AlessandriaNews il 3 novembre 2013

Claudia Pessarelli: un’alessandrina in America
Professoressa di lingua e cultura italiana a Milwaukee, ci racconterà l’italian way of life in America. Oggi ci parla del suo arrivo a Pittsburgh e l’inizio della sua vita americana
STATI UNITI – Inizia oggi la collaborazione con Claudia Pessarelli, alessandrina che insegna lingua e cultura italiana alla Marquette University di Milwaukee in Wisconsin (Usa). In questa intervista la professoressa Pessarelli ci parla del suo arrivo negli Stati Uniti, da cui nelle prossime settimane ci invierà le sue corrispondenze.
Professoressa Pessarelli, come è arrivata a lavorare negli Stati Uniti?
Ho avuto una vita ‘alessandrina’ fino al mio trasferimento da questa parte dell’oceano, 18 anni fa. Gli studi: prima il liceo classico al Plana, poi l’università a Torino, dove mi sono laureata in farmacia; gli amici, che ancora ci sono, di sempre; il ragazzo, poi diventato fidanzato, poi marito; il lavoro in farmacia comunale sia ad Alessandria sia a Valenza. Una vita confortevole, con progetti di casa e figli (la casa l’avevamo già comprata e ristrutturata con tanta fatica, i figli non c’erano ancora), con la famiglia e gli amici vicini a condividerli con noi. Un giorno a mio marito è stato chiesto di trasferirsi all’estero per lavoro e direi che la cosa più difficile in quel momento è stato dirlo ai genitori, perché a noi la sfida e l’avventura hanno fatto subito l’occhiolino! Alla fine siamo partiti: con qualche cassa di suppellettili e una destinazione: Pittsburgh.
Come è stato l’arrivo negli Stati Uniti?
Pittsburgh è una città bellissima. La vista che si ha quando si arriva dall’aeroporto e si supera il tunnel che arriva in città è da lasciare a bocca spalancata…e così è stato per noi, che siamo arrivati la prima volta la sera del 4 di luglio, la festa dell’indipendenza, e ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo incredibile! I tre fiumi ed il parco che si trova alla loro confluenza formano un triangolo ed erano letteralmente pieni di barche e persone. La nostra camera d’albergo al 24esimo piano aveva una vista mozzafiato e quando è calata la notte sono iniziati i fuochi d’artificio: lì ci siamo perdutamente innamorati della città. Pittsburgh per me è stata una tappa importante: la considero la mia città americana, anche se vivo a Milwaukee da più tempo. Pittsburgh per me significa la coscienza dell’essere diventata una persona adulta ed indipendente, più forte di quello che pensavo di essere. Pittsburgh richiama alla mente parole come amiche care, esperienze uniche ed incredibili legami d’amore.
Com’è la città?
Bella: una città misconosciuta, perché da sempre centro dell’industria dell’acciaio negli Usa, quindi inquinata e coperta costantemente da una nebbia di fumi tossici ma che, dalla fine dell’industria, si è trasformata in un centro di cultura, medicina e di aria pulita! Pittsburgh ha uno dei più avanzati centri di trapianto del fegato al mondo ed è bellissima architettonicamente. Andy Wharhol, il famoso artista della Pop Art era di Pittsburgh e  c’è addirittura un museo monografico a lui dedicato. A un’ora di macchina c’è la famosa e meravigliosa casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright, l’archittetto del Guggenheim museum di NY. Pittsburgh ha una splendida e gloriosa università, molti musei e grandi benefattori, i cui nomi famosi fanno parte della storia degli Stati Uniti: le famiglie Frick e Carnegie, tanto per citarne due.
Com’è stato l’inizio della vita negli Stati Uniti?
Il primo scoglio: l’inglese… tanta grammatica al liceo, se mi mettevate davanti qualcosa dal leggere o scrivere… nessun problema! Parlare e capire? tutta un’altra storia! Eppure mi sono dovuta rimboccare le maniche , superare il ritroso e un po’ chiuso carattere alessandrino e buttarmi… perché io avevo bisogno di persone con cui interagire, mentre gli altri non avevano bisogno di me. Ho fatto corsi di inglese come seconda lingua, ho conosciuto persone da tutto il mondo, che come me, si erano trovate ad affrontare una nuova lingua e una nuova vita per mille ragioni. Erano gli anni dopo la guerra di Yugoslavia, quindi c’erano molti rifugiati politici, molte mogli al seguito come me ed è stata un’occasione indescrivibile per sentirsi cittadini del mondo. Nel paragrafo lingua aggiungo che mi sono ritrovata ad aspettare una bimba e nonostante tutte le mie conoscenze scientifiche, mi sono sentita indifesa ed impaurita come non mai ad affrontare visite dai dottori e tutto quello che aspettare un bambino comporta in un Paese nuovo ed usando una lingua ancora sconosciuta. Il secondo scoglio: la solitudine del distacco da casa. Senza internet, e-mail, skype e tutte le tecnologie che ora mi permettono di parlare e vedere le persone care in Italia, quasi tutti i giorni… come ho fatto? A ripensarci… mamma mia! In tutto questo sembra che il marito non sia stato tanto presente. Assolutamente il contrario,  abbiamo trascorso momenti bellissimi, visitato posti incredibili e l’esperienza ci ha legati indissolubilmente, ma lui aveva il suo lavoro, mentre io avevo tutta la giornata davanti, da sola prima, con una bimba piccola, poi.
Poi c’è stato un nuovo trasferimento, questa volta a Milwaukee…
Quattro anni dopo il nostro arrivo a Pittsburgh, nuovo trasloco, viaggio di 10 ore in macchina ad attraversare il Midwest e dopo una fuggevole visione di Chicago dall’auto… ecco Milwaukee. Di certo non è facile trapiantarsi in un luogo nuovo appena dopo pochi anni, come è successo a noi, e ricominciare quasi da capo un’altra volta, lasciando dietro di sé amicizie, ricordi e una casa dove tua figlia ha fatto i primi passi e che tu hai reso da americana, italiana lavorandoci come falegname, restauratore, pittore, giardiniere , tappezziere, ringraziando il fatto che lo stile Shabby chic (leggi andare in negozi di rigattieri e per garage sales, di cui avevi scoperto l’esistenza tramite il libro ‘Un italiano in America’ di Beppe Severgnini) ti piaceva e si adattava molto a coprire le magagne dei mobili vecchi che avevi comprato per pochi dollari. Alla prossima!

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