Le cose che un expat fa ma non dic

 Questo post deve essere modificato per ringraziare tutti i blogger che mi hanno permesso di scriverlo. Ecco l’elenco dei blog che mi hanno ispirato. Grazie!.

 

MILWAUKEE – La settimana scorsa vi ho parlato inBloggando in Usa del gruppo di expat di cui ora faccio parte: uomini e donne in giro per il mondo che condividono le loro esperienze, le loro gioie e i loro drammi attraverso i loro blog. Prima di Natale a qualcuno nel gruppo è venuta in mente un’idea che si è poi rivelata un successo, tramutandosi in una “catena” e in un’occasione per conoscerci e scambiarci anche idee e riderci un po’ su. Il titolo del blog originale a cui tutti poi si sono legati era “Le dieci cose che un expat fa, ma non dice”. Vi riporto qui liberamente modificato un elenco di cose condivise.

Noi Italiani all’estero siamo automaticamente visti come esperti di cucina. Io che, come ho già scritto, sono partita dall’Italia con poche idee e confuse sulle tradizioni culinarie del Bel Pease, appena cucino qualcosa vengo sommersa da richieste per la ricetta. Se faccio una frittata o una torta salata per una festa, mando tutti in estasi. Perché se siamo visti così non farne anche una professione? Non per me sicuramente, ma alcuni degli expat lo hanno fatto e con successo.

Cuciniamo e mangiamo. Sono sicura che tutti noi italiani all’estero cuciniamo di più che se fossimo in Italia, d’altra parte non abbiamo la Findus, la pasta fresca sotto casa o la rosticceria dove comprare piatti già pronti che però sanno di “casa”: allora andiamo di fornelli e fantasia. Non che io faccia la pasta fresca tutti i giorni, ma mi ricordo di aver comprato l’“Imperia” (macchina per tirare la pasta) apposta per portarla qui. Eppure non siamo mai soddisfatti di quello che otteniamo, che sarà ottimo per chi “ci mangia”, ma non per noi, che rimaniamo sempre molto scettici sul risultato. Le uova sono pallide, la farina che vendono (almeno qui negli Usa) rende la pasta fresca meno rugosa e sicuramente più viscida. Per non parlare poi del gusto di molti ingredienti, ad esempio frutta e verdura. E questo mi porta ad un altro punto condiviso da molti di noi.

Cerchiamo di evitare in tutti i modi di andare a mangiare in un ristorante “italiano” all’estero e, se dobbiamo proprio farlo, non finiamo mai di stupirci di cosa mettano nei menu (a parte gli errori di ortografia che abbondano inesorabilmente, anche ai tempi di Google Translate) e di come non riescano proprio a fare un pasta al dente, anzi ci stupiamo e consideriamo un ristorante buono se la pasta al dente lo è. Siamo disposti anche a fare 100 km per mangiare una pizza vera italiana, in una pizzeria certificata dall’Associazione Pizzaioli Napoletani, dove la pizza costa come un filetto.

Lasciando l’argomento cibo, un altro aspetto che ci accomuna da qualsiasi parte viviamo, è la moda, ma anche il modo in cui ci rapportiamo ad essa quando ci sleghiamo dai condizionamenti che in Italia il “fare bella figura” comporta. La prima cosa è che ci sentiamo sempre molto eleganti e chi ci circonda ce lo fa sapere. Quando parlo di eleganza, non parlo di firme, vere o tarocche, anzi. Parlo di eleganza come naturalezza nell’abbinare i colori, come l’essere a posto, con una sciarpa che non fa a pugni con la maglia che indossi. Tutte cose che in Italia diamo per scontato e che qui ci fanno fermare per strada per ricevere complimenti da sconosciuti. Non ho mai ricevuto complimenti da nessuno per la mia eleganza quando vivevo ad Alessandria, anzi capivo di essere elegante dagli sguardi sottecchi di alcune amiche, ma mai nessuno mi ha detto “Oh, come stai bene!”.

Pensate alla mia reazione quando qui per strada sono stata fermata da una signora che mi ha fatto i complimenti per cosa indossavo: panico! È uscito l’italico sospetto: “Ma cosa vuole questa qua?” poi sostitituito dalla nuova sensazione “Ma che bello, dovremmo farci i complimenti più spesso in Italia”. Non farlo mi sembra più segno di egoismo e invidia che di nonchalance, perché tutti in Italia sono mediamente più eleganti che all’estero. Quando mia figlia era alle medie e stava passando il periodo di ribellione contro di me, un giorno mi ha detto che la imbarazzavo per ero come elegante nei confronti delle mamme delle sue amiche, che girano con tuta e scarpe da ginnastica anche se in palestra non ci mettono piede da anni. Adesso mi ruba le cose dall’armadio, si vede che non la pensa più così! È vero però che la gente qui va vestita in modi che in Italia non ci sogneremmo neanche, qualsiasi sia il nostro portafogli, ma nessuno si scandalizza se non ti presenti in modo perfetto.

Molte volte mi capita (e capita a molti di noi expat, che ci siamo adattati molto volentieri, anche se non lo ammetteremmo mai!) di uscire di casa per portare mia figlia a scuola in macchina con il cappotto sul pigiama e gli stivali da neve, perchè non è ancora ora per me di prepararmi per andare al lavoro. La mia parte italiana incrocia tutte le dita che non mi si fermi la macchina e che io debba scendere conciata così, ma ci vado e che bello!

noi Italiani all’estero ci riconosciamo. Mi ricordo a San Francisco in vacanza alcuni anni fa. Eravamo nell’ascensore dell’albergo e nessuno aveva aperto bocca. Ad un certo punto questa coppia di italiani si rivolge a noi e ci chiede “Ma fa sempre così freddo ad agosto a San Francisco?”. Anche io avevo capito che erano italiani, ma alla loro domanda la mia prima reazione è stata: ma dai, allora è così evidente? E noi Italiani all’estero ci cerchiamo anche anche se non disdegnamo le amicizie con i nativi o persone di altri paesi. Tutti abbiamo un gruppo di amici italiani. Qui a Milwaukee siamo particolarmente fortunati, siamo tanti! Vi racconterò di loro in un altro articolo.

Se pensate che noi Italiani all’estero, quando veniamo in Italia, torniamo indietro con in valigia, prosciutti o manicaretti da cercare di trafugare in dogana, vi sbagliate! Le cose che ci mancano di più sono altre. Lo sgrassante Chante Clair, i deodoranti no gas e i detergenti intimi sono risultati i prodotti più comuni nella valigia di noi Italiane all’estero. I gentili maschi del gruppo di expat non hanno aperto bocca a proposito, ma posso dire che mio marito condivide con me l’acquisto di deodoranti in Italia (qui esistono deodoranti super efficaci e nessuno puzza mai, ma sono in pasta e anti traspiranti; quelli spray no gas non ci sono) e sopravvive da 18 anni con le calze comprate in Italia (qui le calze da uomo hanno una lunghezza intermedia, che blocca la circolazione a metà polpaccio). Sui detergenti intimi bisogna aprire una parentesi. Essendo il nostro bidet una cosa sconosciuta all’estero, a che serve il detergente intimo secondo voi? A nulla, se non che la farmacista in me potrebbe cominciare a parlarvi di ph ecc. ecc. Noi però abbiamo rifatto il bagno e messo il bidet, facendo rimanere sconcertati idraulico e impresario che non sapendo come installarlo, al primo tentativo, lo hanno messo a troneggiare a mezzo metro dal muro.

In valigia io per anni ho messo anche cd e libri italiani, riviste e quotidiani da centellinare con cura nei mesi successivi. L’avvento di internet ha cambiato moltissimo l’approccio che ho con quei beni di consumo. Di certo i soldi che spendo di più in Italia, non sono per abiti ma per libri.

Una delle cose che ci stupisce se viviamo fuori dall’Europa è la facilità nel portare indietro le cose comprate e che per ogni ragione non vuoi tenere, anche dopo alcuni mesi. Nessuna domanda, basta avere la ricevuta e in alcuni casi neanche quella: basta la carta di credito e i soldi ti vengono rimessi sulla carta. Non che ai negozianti faccia piacere la cosa, ma si devono adattare: se è più facile portare indietro, è anche più facile comprare. Di tutti quelli che comprano con in mente l’idea che se non va si riporta indietro, quanti effettivamente lo fanno? E l’economia gira.

Legato a questo aspetto, un altro interessante è il massiccio uso della carta di credito. Con la carta di credito paghi tutto, senza limiti di spesa minimi. Paghi il parcheggio e i conti del dottore, l’automobile e il caffè al bar. Facendo debiti con la carta di credito, ma pagandola puntualmente, ci si crea una storia di credito, che serve per tutto, dall’affittare una casa all’ottenere un mutuo a tassi migliori o un lavoro. Pagare in contanti è visto con molto sospetto e all’inizio della permanenza all’estero la cosa più difficile è proprio quello del crearsi una storia, che purtroppo non tiene conto della tua vita in Italia: non è vero che con i soldi si ottiene tutto subito!

Ci sono molte altre cose che condividiamo noi Italiani all’estero: di sicuro la più forte è il legame con l’Italia. Ci emozioniamo all’inno di Mameli e ad ogni cosa che sia italiana. Due expat che ora vivono a Kuwait City hanno raccontato tramite il loro blog dell’emozione salendo su una nave della Marina Militare italiana, dove erano state invitate e di come forte battesse il cuore. Io mi emoziono entrando in consolato o salendo su un aereo dell’Alitalia. È una sensazione forte che quando si vive in Italia non si prova, perché si ha l’Italia a portata di mano. Ognuno di noi è diventato, diventa o diventerà la voce dell’Italia all’estero, con i propri figli, perché non dimentichino chi sono o con gli estranei perché ci conoscano al di fuori di ogni stereotipo.

5/01/2014
Claudia Pessarelli – Marquette University – redazione@alessandrianews.it
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